quarantine chronicles, #9

non so se non ci avessi mai fatto caso o se in effetti è aumentata, ma la quantità di ambulanze che passano a sirene spiegate qui a ginevra in questi ultimi due giorni mi sembra insostenibile. mi dico, potrebbe essere qualunque cosa: qualcuno con un infarto, qualcuno che si è buttato addosso una pentola di acqua bollente. potrebbe addirittura essere una camionetta della polizia o dei vigili del fuoco – non saprei riconoscere le differenti sirene, dopotutto. eppure, una voce dentro di me, continua a sussurrare: “è coronavirus, e la gente intorno a te sta morendo”. sì, ok, un po’ melodrammatica – ma che senso avrebbe fingere che non sia così.

i miei genitori, da questo punto di vista, non aiutano. sebbene di norma siano meno patofobici ed ipocondriaci di me (ricordo distintamente telefonate in cui chiedevo a mia madre se fosse possibile morire avendo per sbaglio ingerito un po’ di sapone per i piatti, non avendo sciacquato bene la tazza di tè, e ricordo la sua reazione, aka risate sguaiate per i successivi quattro minuti), da quando l’emergenza covid-19 è scoppiata mi danno consigli allarmati – ed allarmisti – non sempre collimanti con la realtà dei fatti.
dunque, secondo i miei genitori, dovrei chiedere alle mie coinquiline di fare dei turni per andare in cucina, dovrei chiedere loro di usare solo uno dei due bagni e lasciarne uno esclusivamente per me (!!), dovrei evitare di pranzare o cenare seduta al loro stesso tavolo, e così via. ogni tanto, su skype, esclamano: “è nell’aria!! si muove nell’aria!!”.
e sebbene, da brava ipocondriaca, io tenda comunque a rimanere tumulata in camera – letteralmente – 23 ore su 24*, quelle rare volte che intrattengo una conversazione con una delle mie coinquiline – mentre aspetto che l’acqua del tè bolla, ad esempio – e la persona in questione mi si avvicina ignorando le norme di social distancing, allora mi sento sporca e infetta, e devo correre a lavarmi le mani appena ne ho la possibilità, nutrendo la certezza di aver contratto il temutissimo coronavirus – sebbene nessuna di loro abbia mostrato cenni di infezione (almeno per ora). e nella mia mente immagino telefonate skype con i miei, in cui devo confessare loro di essermi ammalata e ovviamente che sto per essere ricoverata in ospedale, etc. etc. con loro che piangono all’altro capo del monitor e che mormorano “te l’avevamo detto!”. ecco, scenari così, che mi danno talmente tanta ansia da far fatica a respirare – e penso sia coronavirus, e via daccapo.

oggi è una giornata faticosa e non so bene per quale ragione. sto iniziando ad abituarmi all’idea della quarantena, anche se trovare dei ritmi è molto difficile; non riesco a lavorare, perché ogni secondo che trascorro non leggendo o ascoltando le news ho l’impressione che sia un secondo perso. non riesco a guardare un film o leggere un libro per lo stesso motivo. anche quando videochiamo degli amici mi ritrovo ad aggiornare compulsivamente le pagine che forniscono dati, notizie e informazioni in tempo reale, mentre fingo di intrattenere conversazioni spensierate.

sto cercando di darmi un’orizzonte temporale. mi dico: vedrai che a fine marzo i numeri inizieranno a rientrare. vedrai che ad inizio aprile si potrà parlare anche di altro. stringi i denti per ancora due settimane e vedrai che andrà meglio. quanto poi io effettivamente creda a questi orizzonti temporali, decisi in modo totalmente arbitrario, è un altro paio di maniche. ho solo bisogno di credere che presto potremo lasciarci tutto alle spalle, come un brutto sogno.

nel frattempo, anche oggi non vedo l’ora di fare la mia ora di esercizi, nonostante il ciclo, per sudare via le tossine e i brutti pensieri. e non vedo l’ora che sia domani, per riprendere a giocare a d&d e per dimenticarmi, almeno per qualche ora, le terribili vicissitudini del mondo reale.

*l’ora mancante è data dalla somma dei minuti necessari al tragitto camera da letto-bagno/camera da letto-cucina che sono costretta a fare tra le sette e le dodici volte al giorno.

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