quarantine chronicles, #12

voglio credere che più tempo passa, più semplice diventa. ed in effetti, fino ad un certo punto, è esattamente così. stamattina sono riuscita a lavorare (cioè, leggere, di scrivere qui non se ne parla ancora) per qualche ora, sforzandomi di non aggiornare compulsivamente le statistiche dei morti/infetti da covid-19 nel mondo e in svizzera. inoltre, sono molto felice perché la mia istruttrice preferita terrà il corso di core stability su zoom, stasera, e finalmente posso variare un po’ la mia workout routine.

suona tutto estremamente insignificante quando lo scrivo su questo virtuale foglio bianco, ma questi due piccoli avvenimenti mi fanno sorridere, oggi. forse questo è un piccolo insegnamento che sto traendo da questa quarantena – e che ho ignorato durante gli anni di terapia: gioire dei piccoli traguardi. ok, non sono ancora riuscita a scrivere una frase che sia una, ma sono riuscita a leggere un intero capitolo di un saggio, prendendo appunti e riflettendoci su.

una cosa che sto (re-)imparando a fare è quella di prendere distanza dai miei pensieri. quando ero giovane (leggi: sette anni fa) mi ero messa in testa di voler imparare a gestire la quantità di affetto che avrei devoluto a determinate persone, la quantità di tristezza o rabbia che avrei provato in risposta a determinati atteggiamenti, la quantità di ansia che avrei provato in risposta a determinati avvenimenti. avevo disegnato uno schemino molto carino, annotando le diverse aree cerebrali e relative sostanze biochimiche responsabili delle nostre emozioni – sì, all’epoca ero una hard-core physicalist, ad oggi sospendo il giudizio. e per un periodo aveva funzionato. ogni qualvolta mi ritrovavo ad avvertire le lacrime pizzicarmi gli occhi o lo stomaco in subbuglio, mi ricordavo che era solo un rush ormonale e niente di più, un ammasso di amminoacidi e di organi un po’ birichini, e che nulla di quello che mi stava capitando o che stavo pensando avesse più importanza di così.
(poi dopo due anni ho iniziato a soffrire di attacchi di panico e depressione, so much for my brain).

adesso, senza arrivare a queste estreme velleità giovanili, sto lentamente imparando ad osservare i miei pensieri, le mie emozioni e le mie reazioni: come se fossi una scienziata che ha intrapreso il (noiosissimo et inutilissimo) compito di studiare l’universo benni, disseziono ogni sensazione e pensiero, chiedendomi un po’ il perché e il per come, ma soprattutto quanto ci sia di vero. ci sono pensieri da cui faccio molta fatica a distaccarmi (vedi: pensieri ipocondriaci) e pensieri da cui faccio meno fatica; ci sono emozioni da cui faccio molta fatica a prendere le distanze (vedi: ansia) ed emozioni da cui faccio meno fatica.

ci sono momenti in cui finisco in vecchie spirali ed insicurezze. momenti in cui ho ancora bisogno di trovare validazione in terze parti, in cui faccio fatica a percepire il mio valore quando nessuno ha pronto un cartellino del prezzo da attaccarmi in fronte, in cui mi chiedo se dai miei errori troverò mai redenzione, se smetterò mai di provare questo astio silenzioso nei confronti di tutto ciò che faccio, dico e penso.

non ci sono altrettanti momenti in cui sto bene, ma ci sono momenti di silenzio. momenti in cui il mio cervello mi concede una tregua e mi lascia dimenticare per un po’ chi sono e perché mi detesto. nella speranza di più tregue e meno conflitti a mano armata.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...