quarantine chronicles, #16

il fatto che il numero accanto al cancelletto aumenti è una magra consolazione. i sogni che faccio diventano sempre più vividi, la mia ossessione nei confronti della mia salute, della situazione intorno a me, dei grafici e delle cifre sempre più intensa. mi sveglio con un dolore al ginocchio e penso sia un menisco lesionato; un’afta sulla gengiva diventa il principio di un ascesso; uno starnuto, ovviamente, covid19. queste piccole ossessioni diventano enormi con il passare dei secondi, dei minuti e delle ore e il fatto di non avere distrazioni “tangibili” rende fin troppo facile ricascarci.

ieri parlavo al telefono con a. che mi diceva che vuole vedere questo lockdown come un’occasione di self-growth: imparare a distanziarsi dalle persone tossiche senza ricorrere all’infinità di attività a cui in tempi non sospetti possiamo ricorrere, come uscire, vedere gente, andare in ufficio, andare in palestra e così via. mi ha detto che è un’occasione più unica che rara per entrare in contatto con se stessi, i propri bisogni e con le proprie necessità. imparare non solo a riconoscerli, ma anche a dar loro voce. ammiro molto a. e la sua risoluzione, la sua capacità di introspezione e il suo essere propositiva. le ho risposto che è già tanto se io alla fine di questa quarantena ci arrivo viva.

perché sì, il tempo scorre, ma a che costo? mi sento intrappolata nella mia testa con dei mostri che non so sconfiggere, ma con cui non so convivere. c’è stato questo momento stamattina, un brevissimo momento di pura serenità. saranno stati una manciata di secondi: mi stavo svegliando ed ero lì, sospesa tra l’incoscienza del sonno e la lenta presa di consapevolezza del mio corpo e mi sono sentita bene. ho proprio pensato: sto così bene. ovviamente poi ho cambiato posizione e ho preso coscienza del nuovo dolore al mio ginocchio sinistro e l’irrevocabile certezza che dovessi rinunciare all’unica cosa che mi sta mantenendo limitatamente sana, leggi workout ogni giorno, mi ha colpito come un pugno nello stomaco.

perché il problema alla fine sta qui: nello scorrere del tempo. io ho sempre odiato aspettare. non ho mai imparato ad essere paziente. perché restare seduti, con le mani in mano, quando esistono infinite possibilità pronte per essere raccolte?

non riesco a lavorare, non riesco a pensare lucidamente e non riesco a gestire la mia ansia. anche oggi è un giorno no.

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