quarantine chronicles, #21

mi è capitato spesso di chiedere in questi giorni “come te lo stai vivendo questo periodo di quarantena?” ed alcuni mi hanno risposto “benissimo/una favola”. chiaramente molti mi hanno anche risposto – in maniera tristemente più prevedibile – “male/è difficile”, ma questo non ha stemperato la sorpresa che provo quando qualcuno mi dice che tutto sommato va bene, o, addirittura, benissimo. mi chiedo quanto ci sia di denial e quanto ci sia di autentico, eppure non posso fare a meno di invidiare queste schiere di persone che continuano ad essere sereni ed imperturbabili durante un periodo che onestamente io fatico ad inquadrare.

non voglio suonare ingrata, so di essere privilegiata sotto moltissimi aspetti: ho un tetto sopra la testa, ho uno stipendio che continua ad arrivare ogni mese, ho a disposizione i mezzi tecnologici ed informatici per restare in contatto con le persone a cui tengo, vivo in una nazione che – sebbene in modo un po’ incosciente – sta facendo fronte all’emergenza, in un modo o nell’altro. eppure sarebbe falso dire che tutto questo non stia avendo un impatto sul mio modo di percepire gli altri e me stessa, le mie nuove e vecchie abitudini. ripenso a quando potevo uscire a bere un bicchiere di vino con degli amici e gli occhi mi si riempiono di lacrime – giuro. ripenso a quando potevo salire su un aereo e tornare a casa dai miei, a quando potevo prenotare un treno per qualunque destinazione, e mi sembrano ricordi sbiaditi e lontani.

l’isolamento ha alimentato vecchie insicurezze, ma mi ha anche regalato nuove consapevolezze. per esempio, ho capito la radice del mio essere restia nei confronti delle relazioni romantiche e soprattutto nei confronti della monogamia. ho capito perché ho paura di affezionarmi troppo. non ho ancora capito perché dia fiducia così facilmente al prossimo e non ho ancora capito perché continui a raccontare così tante cazzate a me stessa. sto imparando ad accettare che non sempre quello che sento si allinea con quello che vorrei sentire, e tutto sommato va bene così. sto imparando a riconoscere ciò di cui ho bisogno – ma soprattutto sto imparando ad esprimerlo. sto imparando a dire di sì a cose a cui non avrei mai detto di sì, e di no a cose a cui ho detto malvolentieri di sì per troppo tempo.

tutta questa introspezione, tutta questa autoanalisi, basteranno per giustificare l’incredibile crollo psicologico che vivo durante alcuni giorni? mi dimentico di pranzare, mi dimentico di prendere gli antidepressivi e, come tutti, mi dimentico che giorno della settimana sia. preferisco saltare i pasti che andare al supermercato. preferisco fare un’ora di sport in più che uscire dalla mia stanza. non piango nemmeno troppo spesso. ultimamente lascio il mio letto sempre meno. non mi interessa avere una routine, non mi interessa essere produttiva, non mi interessa se sto sprecando giorni o settimane del mio dottorato.

mi piacerebbe ibernarmi.

ma la gente che sta bene, come fa?

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