(semi)quarantine chronicles, #20

sebbene sia in una città che non mi appartiene, in una casa che non mi appartiene, in una realtà che non mi appartiene, tutto è permeato di una serenità che non provavo da tanto tempo. se chiamiamo ‘casa’ i posti dove ci sentiamo amati, allora sono a casa. le case sono fatte dalle persone, meno dai luoghi, in fondo.

ho ripreso a lavorare, a leggere, ma soprattutto ad apprezzare le cose che leggo. quel macigno che mi pesava sul petto all’idea di far filosofia sembra essersi alleggerito; non del tutto, non completamente, ma adesso pesa sempre meno ed è diventato più semplice perdersi tra i paragrafi dei papers. questo mi rassicura e mi rasserena.

in concomitanza con questa serenità lavorativa, un altro tipo di angoscia (consapevolezza?) sottile – ma non necessariamente del tutto negativa – ha iniziato a farsi strada in me circa le relazioni romantiche. se da una parte ho realizzato di aver più bisogno di una (o più) persona(e) accanto di quanto sospettassi, dall’altra ho scoperto la facilità con cui riesco ad allontanarmene quando razionalmente i motivi per averne bisogno vengono a cadere. più di questo – e peggio di questo – ho bisogno delle persone solo quando esse hanno bisogno di me; nel momento in cui cesso di sentirmi necessaria, anche la mia necessità di averle accanto smette di sussistere. è un meccanismo di autodifesa? è essere volubile? è – ancora una volta – la mia sindrome da crocerossina?

ci ragionavo qualche tempo fa, e suona un po’ come la sindrome di munchausen by proxy (senza le conseguenze ultra creepy che quella comporta): ho bisogno di sentirmi necessaria, per dare validazione alla mia esistenza e per convincermi che, in fondo, non sia del tutto da buttare via. mi ritrovo ad espiare colpe reali o presunte sobbarcandomi la sofferenza altrui e trovando una perversa forma di soddisfazione nell’essere una pura stampella – da prendere ed abbandonare quando diventa inutile – per il benessere degli altri. quindi quando gli altri hanno bisogno di me mi dico che sono utile e interessante, quando si emancipano da questo rapporto di necessità mi dico che in fondo non ci avevo mai investito davvero.

non so se si sia rotto qualcosa in me dalla mia ultima relazione o se avessi sempre avuto questo nichilistico buco nero – un qualcosa che inghiotte, mastica e annienta ogni parvenza di sentimento appena più profondo, appena più impegnativo, appena più rischioso; non ho paura di soffrire, ho solo paura che non ne valga mai la pena. di ritrovarmi con meno certezze di quando è iniziata.

la verità vera è che non ho mai davvero capito se valgo qualcosa, e se sì, quanto. è comodo farsi incollare un prezzo in testa da chicchessia e vivere secondo quegli standard; è difficile credere che, indipendentemente dal pensiero altrui, il proprio valore rimanga immutato.

ancora più facile è stato vivere durante la quarantena come se fossi un corpo gettato tra altri corpi, come se non avessi altro valore oltre alle mie tette o al mio culo. (con questo non voglio dire che le mie tette non valgano nulla, sia chiaro, le trovo molto carine – ma solamente che quando il valore è assegnato a qualcosa di pubblico e visibile come un corpo, è molto più difficile sbagliarsi). infine, quando il tuo valore è definito dal tuo corpo, puoi anche smettere di pensare e di parlare. una volta credevo che la parte migliore di me fosse il mio cervello – anche perché ero più grassottella e non sapevo che esistesse una cosa chiamata ‘body positivity’; alla veneranda età di (quasi) ventinove anni, penso che la parte migliore di me siano le mie tette, e tanto mi basta. so much for my phd in filosofia.

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