(semi)quarantine chronicles, #37

sono quarantaquattro giorni che non rimango da sola in una casa – o addirittura in una stanza – per più di tre ore. una volta questa condizione mi avrebbe fatto perdere il senno solo a pensarci, adesso invece l’immaginarmi da sola mi spaventa. di conseguenza, l’idea di tornare in sicilia tra undici giorni (con tutto quello che comporta) mi rende ansiosa e triste.

non è che abbia smesso di apprezzare la solitudine, è solo che penso di averne fatto indigestione durante i primi due mesi di questo lockdown; e sebbene forse quattrodici giorni in auto-isolamento lontano dai miei siano la soluzione migliore per tutti (da un punto di vista sanitario ma soprattutto psicologico), se dicessi che la prospettiva mi alletta sarebbe una bugia.

non so se sia un segno della mia inesorabile vecchiaia, ma sentirmi apolide inizia a pesarmi. vorrei poter avere in mente un luogo quando penso alla parola ‘casa’. un’idea di sicurezza, una routine ben definita, degli affetti intorno, degli oggetti conosciuti, dei piccoli rituali. invece alla fine mi ritrovo sballottata a destra e sinistra, con delle routine provvisorie e delle abitudini destinate a cambiare ogni paio di mesi. penso sia questo quello che più mi manca di manchester, nonostante il tempo di merda e nonostante la noia di certe giornate: andare in ufficio ogni mattina, fare pranzo con i miei colleghi, chiedere a je. cosa ha cucinato la sera prima, prendere in giro d., costringere jo. a subire i miei tentativi di abbracci, ascoltare le battute taglienti di c. e le riflessioni sul femminismo di a. mi mancano tutti, molto; e mi manca ancora di più pensarli tutti lì, in quel palazzone brutto (“originariamente era stato progettato come prigione”, mi ha detto una volta il mio supervisor). fino a qualche mese fa il nostro unico problema erano gli studenti che riscaldavano il pesce nel nostro microonde appestando l’intero dipartimento, e adesso quel microonde chissà quando e se tornerà in funzione. (il fatto che mi manchi perfino un elettrodomestico la dice lunga su quali livelli di sentimentalismo abbia raggiunto durante questa pandemia).

scegliendo l’accademia ho scelto il precariato (lavorativo ed esistenziale), ma non mi avevano mai detto che una pandemia sarebbe stata inclusa nel contratto.

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