quarantine chronicles, #52

stessa quarantena, regione diversa.

sono tornata alla mia routine fatta di lavoro, cibo, lavoro, workout, cibo, netflix, sonno. rinse. repeat.

va bene così.

spesso mi sveglio triste.

ho ripreso a scrivere poesie brutte.

a volte dormo dopo pranzo, altre volte mi masturbo.

sento i miei tre o quattro volte al giorno. ieri ho visto papà dallo spioncino del portone di casa lasciarmi la spesa sul pianerottolo.

mamma mi ha comprato del gelato.

ho fatto shopping online compulsivamente.

ho smesso di fumare (di nuovo).

mangio troppo rispetto alle calorie che brucio.

sto letteralmente consumando una serie su amazon prime [little fires everywhere, nda].

l’idea di stare qui per (almeno) un altro mese e mezzo mi spaventa. vorrei potermi addormentare e risvegliarmi ad agosto.

quando smetteranno i giorni di essere tutti uguali?

(semi)quarantine chronicles, #37

sono quarantaquattro giorni che non rimango da sola in una casa – o addirittura in una stanza – per più di tre ore. una volta questa condizione mi avrebbe fatto perdere il senno solo a pensarci, adesso invece l’immaginarmi da sola mi spaventa. di conseguenza, l’idea di tornare in sicilia tra undici giorni (con tutto quello che comporta) mi rende ansiosa e triste.

non è che abbia smesso di apprezzare la solitudine, è solo che penso di averne fatto indigestione durante i primi due mesi di questo lockdown; e sebbene forse quattrodici giorni in auto-isolamento lontano dai miei siano la soluzione migliore per tutti (da un punto di vista sanitario ma soprattutto psicologico), se dicessi che la prospettiva mi alletta sarebbe una bugia.

non so se sia un segno della mia inesorabile vecchiaia, ma sentirmi apolide inizia a pesarmi. vorrei poter avere in mente un luogo quando penso alla parola ‘casa’. un’idea di sicurezza, una routine ben definita, degli affetti intorno, degli oggetti conosciuti, dei piccoli rituali. invece alla fine mi ritrovo sballottata a destra e sinistra, con delle routine provvisorie e delle abitudini destinate a cambiare ogni paio di mesi. penso sia questo quello che più mi manca di manchester, nonostante il tempo di merda e nonostante la noia di certe giornate: andare in ufficio ogni mattina, fare pranzo con i miei colleghi, chiedere a je. cosa ha cucinato la sera prima, prendere in giro d., costringere jo. a subire i miei tentativi di abbracci, ascoltare le battute taglienti di c. e le riflessioni sul femminismo di a. mi mancano tutti, molto; e mi manca ancora di più pensarli tutti lì, in quel palazzone brutto (“originariamente era stato progettato come prigione”, mi ha detto una volta il mio supervisor). fino a qualche mese fa il nostro unico problema erano gli studenti che riscaldavano il pesce nel nostro microonde appestando l’intero dipartimento, e adesso quel microonde chissà quando e se tornerà in funzione. (il fatto che mi manchi perfino un elettrodomestico la dice lunga su quali livelli di sentimentalismo abbia raggiunto durante questa pandemia).

scegliendo l’accademia ho scelto il precariato (lavorativo ed esistenziale), ma non mi avevano mai detto che una pandemia sarebbe stata inclusa nel contratto.

(semi)quarantine chronicles, #30

sono giorni che inizio post che non finisco. è come se stessi cercando di sbrogliare una matassa di pensieri, solo che arrivata a metà perdo il filo e mi tocca ricominciare ogni volta da capo.

vorrei scrivere della rabbia che ho provato per l’omicidio di george floyd, per l’odio verso la società americana — e in generale verso il razzismo sistemico e sistematico, verso trump, verso chi (spesso maschio, bianco, middle class) si permette di dire in che modo le poc dovrebbero esprimere la propria frustrazione, verso chi difende gli sbirri a spada tratta, verso chi è cieco nei confronti di questa società schifosa e corrotta, nei confronti degli abusi di potere — ma soprattutto vorrei scrivere del disprezzo che provo verso chi in questi privilegi ci sguazza e non ha alcuna intenzione di sovvertire lo status quo senza però prendere una posizione [chi tace, chi fa lo gnorri, chi riesce a proseguire con la propria vita senza soffermarsi un attimo a pensare al marcio che ci circonda].

vorrei scrivere della sensazione di incertezza ed instabilità che mi assale quando penso a cosa fare della mia vita a settembre, ma soprattutto quando penso che per la prima volta nella vita sarebbe una decisione che prenderei completamente alla cieca. perché, oltre ai soliti fattori imprevisti e incalcolabili che vanno aggiunti di norma all’equazione, questa volta c’è una pandemia ed un mondo che cambia fin troppo in fretta per far fronte alle emergenze. e quindi mi ritrovo qui a chiedermi a che pro tornare a manchester se non posso andare in ufficio, non posso insegnare vis-à-vis, e se potenzialmente non posso incontrare i miei amici e colleghi in caso di second-wave e di lockdown. non sarebbe meglio tornare a torino, mi dico, la città che sento più casa nel mondo? non sarebbe meglio andarsi a rifugiare in strade conosciute, in scorci familiari, in odori noti?
e al contempo mi chiedo: e se tutto cambiasse nuovamente? e se il covid scomparisse, così com’è spuntato, e tutto riaprisse da una settimana all’altra? se dovessi poi organizzare un nuovo trasloco, in fretta e furia? siamo sicuri di non star facendo l’ennesima scelta sbagliata?

vorrei scrivere dell’errore che ho fatto qualche giorno fa, un po’ per caso e un po’ per masochismo, di andare a rileggere vecchie conversazioni con il mio ex su whatsapp e ho ricordato, con spaventosa lucidità e con pungente chiarezza, le dinamiche tossiche in cui eravamo finiti, il continuo ferirsi e soffrire, l’incapacità di parlarsi senza astio e senza recriminazioni. mi fa paura quello che le persone possono farsi a vicenda, mi spaventa pensare che possano tirare fuori il peggio — sfaccettature di te così brutte che non sapevi nemmeno di avere o di essere, mi terrorizza l’idea di poter venire distorta fino al punto di non riconoscermi più.

e quindi alla fine scrivo di tutto e non scrivo di niente, inconcludente come sempre, insoddisfatta come sempre.

(semi)quarantine chronicles, #20

sebbene sia in una città che non mi appartiene, in una casa che non mi appartiene, in una realtà che non mi appartiene, tutto è permeato di una serenità che non provavo da tanto tempo. se chiamiamo ‘casa’ i posti dove ci sentiamo amati, allora sono a casa. le case sono fatte dalle persone, meno dai luoghi, in fondo.

ho ripreso a lavorare, a leggere, ma soprattutto ad apprezzare le cose che leggo. quel macigno che mi pesava sul petto all’idea di far filosofia sembra essersi alleggerito; non del tutto, non completamente, ma adesso pesa sempre meno ed è diventato più semplice perdersi tra i paragrafi dei papers. questo mi rassicura e mi rasserena.

in concomitanza con questa serenità lavorativa, un altro tipo di angoscia (consapevolezza?) sottile – ma non necessariamente del tutto negativa – ha iniziato a farsi strada in me circa le relazioni romantiche. se da una parte ho realizzato di aver più bisogno di una (o più) persona(e) accanto di quanto sospettassi, dall’altra ho scoperto la facilità con cui riesco ad allontanarmene quando razionalmente i motivi per averne bisogno vengono a cadere. più di questo – e peggio di questo – ho bisogno delle persone solo quando esse hanno bisogno di me; nel momento in cui cesso di sentirmi necessaria, anche la mia necessità di averle accanto smette di sussistere. è un meccanismo di autodifesa? è essere volubile? è – ancora una volta – la mia sindrome da crocerossina?

ci ragionavo qualche tempo fa, e suona un po’ come la sindrome di munchausen by proxy (senza le conseguenze ultra creepy che quella comporta): ho bisogno di sentirmi necessaria, per dare validazione alla mia esistenza e per convincermi che, in fondo, non sia del tutto da buttare via. mi ritrovo ad espiare colpe reali o presunte sobbarcandomi la sofferenza altrui e trovando una perversa forma di soddisfazione nell’essere una pura stampella – da prendere ed abbandonare quando diventa inutile – per il benessere degli altri. quindi quando gli altri hanno bisogno di me mi dico che sono utile e interessante, quando si emancipano da questo rapporto di necessità mi dico che in fondo non ci avevo mai investito davvero.

non so se si sia rotto qualcosa in me dalla mia ultima relazione o se avessi sempre avuto questo nichilistico buco nero – un qualcosa che inghiotte, mastica e annienta ogni parvenza di sentimento appena più profondo, appena più impegnativo, appena più rischioso; non ho paura di soffrire, ho solo paura che non ne valga mai la pena. di ritrovarmi con meno certezze di quando è iniziata.

la verità vera è che non ho mai davvero capito se valgo qualcosa, e se sì, quanto. è comodo farsi incollare un prezzo in testa da chicchessia e vivere secondo quegli standard; è difficile credere che, indipendentemente dal pensiero altrui, il proprio valore rimanga immutato.

ancora più facile è stato vivere durante la quarantena come se fossi un corpo gettato tra altri corpi, come se non avessi altro valore oltre alle mie tette o al mio culo. (con questo non voglio dire che le mie tette non valgano nulla, sia chiaro, le trovo molto carine – ma solamente che quando il valore è assegnato a qualcosa di pubblico e visibile come un corpo, è molto più difficile sbagliarsi). infine, quando il tuo valore è definito dal tuo corpo, puoi anche smettere di pensare e di parlare. una volta credevo che la parte migliore di me fosse il mio cervello – anche perché ero più grassottella e non sapevo che esistesse una cosa chiamata ‘body positivity’; alla veneranda età di (quasi) ventinove anni, penso che la parte migliore di me siano le mie tette, e tanto mi basta. so much for my phd in filosofia.

(semi)quarantine chronicles, #12

in italia, in fase due.
sono finalmente (più) serena: sto e sono stata con delle belle persone, ho ritrovato una dimensione di condivisione e le paure ginevrine sono state sostituite da ansie italiane, ben più reali – ma anche ben più semplici da verbalizzare, da capire e da riconoscere.

qui in italia il panico da covid19 è palpabile. in svizzera c’erano sì precauzioni, le strade di ginevra erano meno trafficate del solito e le code fuori dai supermercati davano una sensazione di emergenza, ma la gente continuava a sorridere, a chiacchierare e a gesticolare come se si fosse trattato solo di una piccola parentesi di anormalità – quelle situazioni sì, un po’ spiacevoli e impreviste, ma nulla di cui preoccuparsi davvero.

in italia lo percepisci: annusi l’apprensione come se fosse un odore un po’ stantio e sgradevole. ti rimane sulla pelle, dentro le narici e dentro gli occhi, come quando incroci lo sguardo di un passante tra l’imbarazzato ed il timoroso dietro una mascherina. nei supermercati le persone si dividono dicotomicamente tra quelli che non ti si avvicinerebbero nemmeno per sbaglio – ma sbuffano rumorosamente, in coda dietro di te, mentre pesi la verdura e la frutta – e quelli che ti vengono addosso pur di prendere il prodotto di cui hanno bisogno e che si trova in prossimità del tuo gomito destro.

non nascondo che da quando sono tornata in italia mi sono riappropriata della mia vecchia ipocondria. in svizzera aveva cambiato leggermente sembianze, prendendo le vesti pragmatiche del “ma se mi ammalo qui come faccio? come funziona la sanità? devo pagare? dov’è l’ospedale più vicino? qual è il numero da chiamare?”; in italia è tornata ad essere l’antica ipocondria totalizzante, in cui disseziono ogni mio parametro vitale (battito cardiaco, temperatura, palpazione della parete addominale) in cerca di morbi reali o immaginari.

c’è del confortevole nel tornare in vecchi schemi – per quanto malsani e disfunzionali.

quarantine chronicles, #41

avrei dovuto scrivere questo post da un’altra casa, da un’altra città, con accanto una persona che avrei voluto avere accanto e invece sono ancora qui a ginevra, con una febbricola che ormai non c’è, un raffreddore fastidioso e la narice sinistra chiusa.

i piani per i miei voli continuano a cambiare (grazie alitalia), facendomi vivere con un perenne senso di precarietà e incertezza. sto cercando di essere comprensiva con me stessa e di dirmi che se ho scelto di non partire ieri – a prescindere da quanto il rischio fosse tangibile di essere bloccata a roma – è stato perché ho ponderato bene il da farsi e ho deciso di non correre rischi né per me, né per le persone intorno a me, né per la persona che mi avrebbe accolto.

il prossimo countdown adesso è schedulato per il trenta aprile. roma, notte in albergo, poi via il primo maggio verso pisa. sono preoccupata, tanto per cambiare, ma cerco di guardare i lati positivi. lascio ginevra un giorno prima; spezzo il viaggio in due; cambio scenario dopo quasi un mese vissuto chiusa in queste quattro mura; per allora il mio raffreddore sarà passato.

stanotte ho fatto un sogno strano.

non tocco il corpo di un altro essere umano da 34 giorni, e la prossima volta che ne toccherò un altro, spero, sarà quando il mio daycount scandirà i 42 giorni. mi ritrovo a respirare in funzione di quell’abbraccio, per quanto possa suonare patetico e melenso. ho dimenticato cosa voglia dire sentire un odore diverso dal proprio, un calore diverso dal proprio, la pressione di un altro corpo, la sensazione di protezione e di sicurezza.

oggi ho rinunciato all’unico impegno accademico che avrei dovuto avere in secoli. il mio dottorato è un completo fallimento. non produco nulla da un mese, continuando a posticipare la mia cosiddetta rinascita accademica a quando sarò più serena, se mai questo momento arriverà.

ho l’impressione di stare deludendo tutti gli esseri umani che fanno o hanno fatto affidamento su di me. deludo i miei supervisors, non riuscendo a lavorare; deludo i miei genitori, continuando a prenotare biglietti per aerei che non riesco o non posso prendere; deludo le persone che mi aspettano, non arrivando; infine, come sempre, deludo me stessa, perché sbaglio sempre, sbaglio tutto e non sono in grado di accantonare le mie ansie e la mia depressione per fare quello che la maggior parte della gente sembra riuscire a fare dopo un mese e passa: sopravvivere attraverso questa pandemia in modo funzionale.

quarantine chronicles, #38

ho comprato le mie prime mascherine. tre bellissime ffp2, per il modico prezzo di 10 CHF- cadauna. ho comprato anche dei guanti in lattice e trasportato la mia valigia piena degli ultimi vestiti rimasti nella mia vecchia stanza qui nell’airbnb, sotto gli occhi attoniti dei passanti – immagino che vedere una tizia trascinare un trolley gigante in piena pandemia sia diventata una scena bizzarra ai giorni nostri. ho anche comprato il mio primo spray nasale antistaminico. una mattinata piena di prime volte, insomma.

sto preparando la mia fuga da ginevra oscillando tra una miriade di stati d’animo, e ognuno di loro cambia come quando si guarda dentro un caleidoscopio; gli elementi in gioco sono sempre gli stessi, ma i cristalli si spostano ad ogni minimo sussulto – e basta cambiare un attimo la luce per modificare le figure. quindi ogni tanto sono emozionata: saltello e sorrido, contando le ore, e poi i minuti, per quando finalmente potrò lasciare questo posto, di cui purtroppo serberò solo brutti ricordi; ogni tanto sono terrorizzata: ci sono talmente tante cose che potrebbero andare storte. e se mi bloccassero all’aeroporto? e se mi annullassero un volo? e se mi perdessero la valigia? e se mi svegliassi con la febbre, proprio quella mattina? e se mi venisse la febbre tra i due aerei? e se cambiassero il decreto la sera prima?; ogni tanto sono titubante: una scelta così folle sarà la scelta giusta? avrò dei rimorsi?; infine, (raramente) mi sento pervadere da un senso di serenità quando ci penso: andrà tutto bene.

la cosa più strana di tutta questa faccenda è che mi sono sempre lamentata della scarsa spontaneità delle persone che ho frequentato, del continuo overthinking, dell’incapacità di prendere e partire – che per me si è sempre tradotta in una mancanza di interesse nei miei confronti (a torto o a ragione). di conseguenza, anche io ho imparato a ponderare bene prima di scegliere, a mettere in discussione i miei desideri due, tre, dieci, venti volte, a spingere sul freno piuttosto che sull’acceleratore. e invece adesso mi sembra di star guidando un’automobile su cui i freni non siano stati installati sin dall’inizio. è una sensazione molto liberante, nonostante le varie red flags che mi continuano a sventolare sotto al naso. però è anche una delle poche cose che mi ha mantenuto sana in queste ultime tre settimane, e quindi.

quarantine chronicles, #34

avere qualcosa da aspettare quando i giorni si assomigliano tutti e il tempo sembra non scorrere mai è un po’ una tortura, ma anche una benedizione. il problema è che anche questa attesa, come tutte le attese sperimentate durante questa pandemia, è un’attesa potenzialmente illusoria.

gli aerei vengono soppressi, i lockdowns vengono prorogati, gli eventi vengono cancellati, le persone si allontanano. ho trascorso buona parte di questa pandemia ad aspettare date decise da altri esseri umani o enti governativi, a subire decisioni prese da terzi mentre mi comportavo in modo civicamente impeccabile. nonostante la totale assenza di produttività, nonostante i numerosi mental breakdowns e le strategie dubbie per riempire le mie giornate e nonostante la gallery del mio cellulare non abbia nulla da invidiare a quella di una sex worker un po’ vanitosa, tutto sommato sono abbastanza fiera del modo in cui finora ho gestito una situazione eccezionale in un contesto francamente difficile, in uno stato psicologico già labile.

non ho lavorato né su me stessa né alla mia tesi, non ho eccelso in nessun nuovo hobby (a meno che non si consideri il sexting un hobby), non ho avuto nessuna rivelazione metafisica nei confronti di me stessa, non ho guardato nessuna filmografia, letto nessun classico, ascoltato nessuna discografia. però sono ancora qui, sto respirando (male, perché alla veneranda età di quasi 29 anni mi sono scoperta allergica a qualcosa) e sto resistendo. mangio tutti i giorni, bevo tutti i giorni, faccio sport tutti i giorni. sono felice? no. sto bene? no. penso di poter continuare così ancora a lungo? no.

non c’è nessuna vergogna nel deporre le armi, chiedere aiuto e raggiungere posti più sereni, circondata da persone a cui vuoi bene – nella speranza che entrambi gli aerei decollino, che nessun biglietto venga cancellato, che nessun nuovo decreto impedisca il rientro dei cittadini in italia.

voglio tornare a casa, ovunque essa sia.

– 15?

quarantine chronicles, #30

ultimamente più di un* mi* amic* in italia mi ha suggerito di provare a rimpatriare e andare a star da loro. è un pensiero che mi spinge sull’orlo delle lacrime ogni volta che lo formulo, un po’ perché mi fa realizzare quanto sia fortunata ad avere così tante persone che inspiegabilmente mi vogliano bene, un po’ perché mi fa rendere conto di quanto mi senta – cioè, di quanto sia – infinitamente sola qui a ginevra.

connesso a questo senso desolante di solitudine – che penso di aver provato in versione softcore solo ad amsterdam e non c’era una pandemia in corso – c’è anche una sorta di invidia/rancore nei confronti delle persone che si ritrovano isolate con i propri partner/genitori. e quando mi sento dire “ti capisco, stiamo tutti male, siamo tutti da soli”, vorrei urlare che no, non puoi capire quanto male stia io, in una città sconosciuta, esiliata in un airbnb, senza amici e senza parenti. e al contempo odio essere compatita, odio sentirmi dire “non oso immaginare quanto stia soffrendo tu”, perché detesto sapere che l’altra persona provi pietà per me. quindi mi ritrovo senza sapere bene cosa fare e come interagire con tutte le persone a cui tengo e che sono in una situazione più “privilegiata” della mia.

vorrei trascorrere intere giornate a piangere e allo stesso tempo vorrei solo smettere di provare qualunque cosa. vorrei smetterla di credere che il mio dolore sia così unico e speciale, così totalizzante ed incomprensibile per qualsiasi altro essere umano. eppure questi due giorni i secondi sembrano scorrere con il contagocce e non ricordo quanto tempo sia passato da quando ho toccato un altro essere umano – anche solo accidentalmente sfiorato. sento la mancanza di un abbraccio.

quarantine chronicles, #28

il mio corpo sta lentamente andando in shutdown: ho il raffreddore da tre giorni (covid19?), mi sta spuntando un herpes e ho l’impressione che il mio sedere sia diventato più grosso e che le mie smagliature siano aumentate. dormo male. mi sveglio spesso e rimango intontita a fissare il soffitto, mentre mi domando se il mio raffreddore si trasformerà in febbre, se la mia febbre si trasformerà in difficoltà a respirare, se mi ritroverò a dover chiamare un’ambulanza con il mio francese stentato, se diventerò uno di quei numeri degli ospedalizzati – e se non lo dovessi diventare, se comunque dovrò spendere due settimane tra il sonno e la veglia, senza potermi alzare dal letto, senza poter avere mamma che mi prepara il brodino, papà che fa capolino dalla porta per chiedermi come sto e kirillov acciambellato accanto a me. so much per i miei quasi trent’anni.

poi razionalizzo e mi dico che probabilmente è solo un raffreddore e che non ho nessuno dei sintomi descritti del covid19, che ho vissuto lontana da casa e da sola per anni, ho avuto la febbre alta e sono sopravvissuta. la verità è che i miei pensieri rimbalzano come una pallina da flipper – ho semplicemente troppo tempo e troppo spazio per pensare, troppe poche distrazioni e troppa poca forza di volontà per concentrarmi su qualcosa per più di dieci minuti.

quindi riverso parole poco significative qui, nella speranza che farle uscire da quei pochi centimetri cubici occupati dalle mie sinapsi mi regali un po’ di sanità mentale.

la verità è che non sono nemmeno triste. non sono felice. non sono arrabbiata. forse sono un po’ preoccupata e ansiosa, ma non è nemmeno quell’overwhelming feeling che ero abituata a sentire quando l’ansia arrivava. ogni emozione è ovattata. sono rassegnata, annoiata e senza alcuna motivazione. non mi interessa più nulla di nulla.

c’è una mia amica, j., che ha iniziato a bucarsi i lobi delle orecchie da sola – chiaramente senza alcun tipo di materiale ipoallergenico e senza alcuna precauzione. ovviamente l’ho sgridata preoccupata quando me l’ha detto, ma ripensandoci, chi sono io per giudicare? whatever works for you, mate. qualunque cosa ti faccia sentire viva, va bene. non so cosa faccia sentire viva me. pensavo fosse il sexting, ma non lo è. pensavo fosse fare sport, ma non lo è. bevo molto più spesso ultimamente – ho raggiunto un’onorevole media di due bottiglie di vino e mezzo alla settimana – ma mi lascia ancora più vuota. bere senza poter toccare un altro essere umano è un’esperienza ancora più desolante.

a volte mi accarezzo le gambe e mi stringo una mano nell’altra nella patetica speranza di riuscire ad imitare il tocco di un altro essere umano. mi rendo conto di quanto debba sembrare ridicolo visto dall’esterno – ma d’altronde non c’è nessuno che mi guardi, nessuno che mi giudichi.

una nota positiva è la quantità di introspezione che pratico ogni giorno – per ovvie ragioni. sono contenta del mio essere in grado di esprimere come mi sento, di avere meno paura di dare voce ai miei bisogni e ai miei desideri. di essere più selettiva nei confronti dei rapporti che intrattengo.

voglio andare al mare e vorrei essere un pettirosso.