torino chronicles #9

sono tornata a casa (in senso lato) e a casa ho trovato casa (in senso concreto). tutto fila per il verso giusto. non ho motivi per cui lamentarmi.

camminare per strade che conosco, ascoltare suoni e accenti familiari, riempirmi gli occhi della bellezza di torino — tutto contribuisce alla mia pace. una pace statica, senza picchi di euforia o di angoscia, senza grandi scosse o turbamenti. è tutto molto bello, ma paradossalmente non ci vivrei. mi sento un po’ come un lago immobile, appena increspato solo da agenti esterni, ma altrimenti statico e imperturbabile.

ho anche zero fucks to give, ultimamente. se qualcosa non mi sta bene, semplicemente lo dico. non sono abituata a questa versione di me stessa, quindi quando capita mi sorprendo sempre un po’. credo sia merito di tutte le letture femministe in cui mi sono immersa di recente. iniziare a reclamare il mio spazio nel mondo, invece di trovare legittimo l’assottigliarmi sempre di più per far posto a chicchessia.

appena qualcunx pretende di spiegarmi qualcosa che, beh, ho studiato (“sai, c’è tanta logica in filosofia”), rimarco il fatto di saperlo perché ho solamente (sic!) sette anni di esperienza nel settore; se emeritx sconosciutx pretendono di darmi consigli (non richiesti) su come dovrei condurre la mia esistenza (di cui non sanno un fico secco), rispondo con dell’acido sarcasmo — anche a costo di suonare terribilmente maleducata.

i had enough, fuck off everyone.

chronicose

è sempre poco piacevole — e allo stesso tempo confortante — realizzare quanto poco unx abbia imparato dai propri errori e quanto sia facile dimenticare. se siamo destinatx a ripetere i nostri sbagli again and again, ditemi dove devo firmare per uscirne fuori.

alla fine della fiera, è sempre la stessa solfa. edulcoriamo, idealizziamo e fantastichiamo su altri esseri umani nella speranza che ci rendano più completx, più felici, più interessanti, meno solx e meno insignificanti di quanto siamo mai statx, per poi renderci conto che non è mai così e non ne vale mai la pena. so long, and thanks for all the fish (cit.).

se dovessi riassumere il mio stato d’animo in una parola: esilarata. non nel senso di un divertimento spensierato, quanto più quella risatina un po’ isterica e rassegnata, che però non ti rattrista, ma ti fa solo aprire le braccia e scuotere la testa con un pelo di compassione verso te stessa. ci sarebbero tanti motivi per arrabbiarsi, per piangere e per compatirsi, ma la verità è che tutto ciò richiede semplicemente troppa energia e troppo tempo, e ti rendi conto che a) non ne vale la pena e b) non ne hai voglia.

e quindi sorridi e fai spallucce, mettendo play all’ennesimo episodio dell’ennesima serie che stai binge-watchando nelle ultime tre settimane. yassss.

ordinary life chronicles, #53

sarebbe sbagliato dire che sono arrabbiata; almeno, se sottostessimo alle condizioni di correttezza elaborate secondo alcuni filosofi, la rabbia è legittima quando viene arrecata un’offesa a te o a qualcosa di te caro. nessuno mi ha offesa, nessuno mi ha insultata.

sarebbe anche sbagliato dire che sono triste; sempre secondo gli stessi filosofi, la tristezza è legittima quando qualcosa viene perso irrevocabilmente. e io non ho mai tanto creduto al fatto che le persone si possano perdere, così come si perde un orecchino o le chiavi della macchina.

le persone non si perdono: scappano o si lasciano scappare, si accantonano o si lasciano accantonare, si dimenticano o si lasciano dimenticare, si ignorano o si lasciano ignorare. e in quanto cieca sostenitrice della libertà individuale, dei limiti personali, dei confini tracciati e del bisogno di respirare mio e altrui, faccio fluire, inspiro profondamente e procedo.

(se questo sentimento fosse un lago, potrei dire che mi sono immersa fino alle caviglie prima di tornare in fretta a riva, nel mio caldo asciugamano.)

ordinary life chronicles, #45

è incredibile quanto passi in fretta il tempo quando si regredisce ad uno stato semi-larvale. in questo (quasi) mese non ho fatto niente; ho cercato di pensare, interagire e comunicare il meno possibile — sia con me stessa, che con il mondo circostante. è un modo come un altro di restare a galla, forse uno dei meno impegnativi e dolorosi scoperti finora.

non sono pronta ad interrompere questo intermezzo catatonico, sebbene sia tornata al lavoro da una settimana e sebbene mi renda conto di quanto alla lunga possa diventare un atteggiamento malsano. ad ogni mail che ricevo reagisco con fastidio, ad ogni burocratico tentativo di normalità reagisco con astio e alla sola idea che si debba tornare a fare seminari su zoom ho un rigurgito di insofferenza.

continuo a malsopportare tutto quello che faccio, leggo e scrivo, ma con una punta di disgusto in meno. una settimana di vacanza era ciò di cui avevo bisogno. una settimana in cui ho riso tanto, sempre per le stesse cose stupide e con le stesse persone; una settimana in cui mi sono sentita libera di essere, dire e fare qualunque cosa volessi; una settimana in cui mi sono sentita al sicuro — da cosa, poi, e da chi?; una settimana in cui non ho dovuto rendere conto letteralmente a nessuno di cosa facessi, dove andassi, quando tornassi, perché lo facessi.

una settimana che forse, se volessimo, potrebbe durare di più?

ordinary life chronicles #20

quando qualcuno mi chiede perché sia depressa, mi sorprendo sempre; credo che la vera domanda sia perché non si è depressi – soprattutto dopo un anno come questo qui. se già prima le prospettive erano tutto fuorché rosee, adesso le descriverei grigio topo. in accademia ci saranno dei tagli causate dal calo di iscrizioni di studenti internazionali (leggi: prima fonte di guadagno delle uni in uk); l’economia è ovunque in caduta libera; la disoccupazione sta raggiungendo picchi stupefacenti; la routine di tutti i giorni è cambiata: la burocrazia è diventata più arzigogolata di prima, l’accesso alle cure ospedaliere è sempre più ristretto, viaggiare è e rimarrà complicato per un bel po’. nella fattispecie, le conferenze sono annullate, i workshop cancellati, il mio ufficio rimarrà chiuso – e la qualità del mio lavoro rimarrà di conseguenza mediocre.

probabilmente sarei stata depressa anche senza covid19, sia chiaro, ma queste contingenze hanno un ulteriore impatto sulla mia salute mentale – tale da rendere auto-evidente la risposta al ‘perché sei depressa’.
come se la depressione dovesse avere una causa specifica e riconoscibile, poi. un po’ come chiedere a qualcuno perché soffre di ipertensione. il punto è che il perché della depressione non riguarda solo le cause cliniche – sarebbe bello poter svicolare da questa domanda adducendo come motivazione un banale deficit di sostanze biochimiche. no, la gente vorrebbe sentirsi dare ragioni che può comprendere, tipo che ne so, sono depressa perché mi è morto il gatto (o perché il mio lavoro fa schifo o perché hanno diagnosticato un morbo incurabile a mia madre). la realtà è che nel mio caso nulla di tutto questo è vero, eppure la depressione è palpabile, tangibile, reale e ogni mattina, quando apro gli occhi, mi chiedo perché mi tocchi vivere ancora un giorno in più.

da quando sono dimagrita alcune persone mi parlano in maniera diversa, ascoltano le mie opinioni in maniera diversa e mi danno ragione più facilmente. come se, adesso che sono diventata “appetibile”, allora anche le mie opinioni siano diventate più vere e più meritevoli di credibilità. lo trovo infinitamente triste e squallido.
ultimamente, nel mio piccolo, cerco di fare attivismo. cerco di additare istanze e contraddizioni del patriarcato e cerco di sensibilizzare i miei amici siciliani – che non hanno mai letto un saggio femminista e che non hanno ricevuto un’educazione scevra da sessismo (come anche la sottoscritta del resto) – alle tematiche del femminismo.
al contempo, cerco di non aggredire i sessantenni che mi fissano il culo quando passo davanti al loro tavolo al bar, di non graffiare con le chiavi di casa la fiancata del tamarro che mi fischia in macchina, di non urlare quando ascolto commenti sessisti su come le donne dovrebbero vestirsi o atteggiarsi.

cerco di coniugare tutto questo con una mia educazione al femminismo e all’anti-razzismo, con il tentativo di smantellare retaggi sessisti che ogni tanto continuano a farmi pop in mente, con dei commenti silenziosi su tizio o tizia che mi rendo conto nascondere venature non solo grassofobiche, ma anche razziste. è un lavoro faticoso ma soddisfacente, anche se ogni giorno mi rendo sempre più conto di quanto siano profonde le radici di certe credenze.

il mio più grande desiderio, al momento, è di sparire per quarantotto ore. spegnere il cellulare e il pc, rendermi completamente irrintracciabile e irraggiungibile. poter vivere due giorni senza l’ansia di dover rispondere a chiamate, mail e messaggi, senza dover sopportare la pressione sociale, senza dover interagire o interloquire con chicchessia. e magari lo faccio pure.

ordinary life chronicles #3

il sierologico era negativo.
non spenderò parole su quanto sperassi fosse positivo e di essere una delle fortunate paucisintomatiche che potesse lasciarsi l’ansia del covid19 alle spalle.

di buono c’è che sono tornata alla normalità: ho rivisto i miei genitori dopo sei mesi, ho rivisto i miei amici, ho rivisto i miei gatti. questa estate modicana non mi spaventa più — o almeno, non così tanto. vorrei solo poter andare al mare.

quello che mi spaventa è il fatto che abbia perso la capacità di capirmi, di nuovo.
a volte non so cosa voglio. altre volte lo so, ma sono incapace di dirlo a voce alta. altre volte ancora mi sembra che l’unica soluzione sia recidere di netto un tot di rapporti tossici che continuo ad intrattenere e di cui non riesco a sbarazzarmi – ma ovviamente fallisco prima ancora di provarci – e ancora, non so se non riesca a sbarazzarmene perché in fondo non voglia, perché abbia paura di farlo o perché il gioco non ne valga la candela.

vorrei tornare a vedere una terapeuta.

(pensavo che in tutti questi anni di parole imbottigliate avessi finalmente imparato a dire “no”, “questo non mi sta bene”, “hai torto”; invece, a quasi trent’anni, sono ancora qui a dire sommessamente “ok” a cose e a persone che mi fanno venire voglia di lanciare il cellulare contro il muro.)