di temptation island, di femminismi e di autodeterminazione

sono una grande fan del trash, ma soprattutto di temptation island. e quando dico di essere una grande fan, non intendo dire che mi commuova di fronte alle sordide narrazioni eteronormative rappresentate su canale cinque, né che mi schieri faziosamente all’interno di dispute reali o presunte, ma semplicemente che, come campione sociologico dell’italian* medi* odierno, mi sembra che temptation island offra uno spaccato tanto onesto quanto desolante.

tuttavia, quest’ultima edizione, sta mettendo a dura prova la mia capacità nel guardarlo assumendo un atteggiamento tra il sarcastico ed il superiore, e mi sta invece richiedendo una grandissima quantità di autocontrollo. se da una parte ho paura che il sessismo quest’anno fosse un requisito fondamentale per essere selezionat* al casting — molto più delle edizioni precedenti –, dall’altra parte ho paura che mi tocchi molto più banalmente accettare il fatto che il sessismo sia esponenzialmente dilagante. e no, non mi riferisco ‘solo’ alle considerazioni riguardanti il fatto che “la donna è lei, è lei che deve fare le faccende di casa” o agli ideali (tanto inesistenti quanto propugnati) di “vera donna” o “vero uomo”, ma a frasi talmente aberranti da farmi accapponare la pelle, e.g. “perde la sua compostezza di donna”; “mi dà fastidio che in palestra si metta i pantaloncini corti e si veda”; “ho la sensazione di stare perdendo il controllo che ho su di lei”; “non la ritengo all’altezza di parlare”.*

in relazione a questo, ma in un contesto diverso, ieri sera mi è stato chiesto perché ultimamente abbia iniziato ad avvicinarmi al femminismo, perché sia diventata militante. queste domande mi mettono sempre un po’ in difficoltà, perché ci sono due possibili metodi di risposta.

il primo consiste nel passare dal particolare al generale: sono femminista perché nel corso della mia esistenza ho riscontrato una serie di esperienze a, b, c, che ho scoperto poi non appartenere a me, in quanto soggetto, ma alla collettività, in quanto donne; esperienze per cui non avevo etichette che il femminismo mi ha aiutato ad identificare, a riconoscere e a descrivere. l’obiezione più frequente a questo metodo di risposta induttiva di solito è una variazione sul tema di “eh, ma cosa c’entra il sessismo? ci sono donne più fragili, più sensibili e meno assertive che si sentono in un modo x o a cui capita roba y. a me per esempio non è mai capitato/alle mie amiche donne non è mai capitato” (la risposta cambia in base al genere dell’interlocutor*).

il secondo consiste nel passare dal generale al particolare, identificando fenomeni statistici e visibili (gender pay gap, tasso di femminicidi, stupri e molestie e così via, ratio donne/uomini in posizioni di potere) per poi determinare i modi in cui questa cosa potrebbe impattare su di te (singol*). a questo tipo di risposta deduttiva, le obiezioni sono più variegate. si passa dal “potessi starci io ad occuparmi della casa” al “sì, ma sono le donne le prime che lo vogliono” (risposte maschili tendenzialmente); dal “sì, ma questa roba c’è magari nei paesi sottosviluppati, mica qui” al “sono processi lenti, già adesso va meglio rispetto a cinquant’anni fa”.

quello che mi manca, in questi casi, sono le parole per spiegare due cose. la prima è che non importa quanto tu ti senta (creda di sentirti?) liber*. il patriarcato è talmente capillare, pervasivo e subdolo che identificarlo è difficile; è un po’ come il capitalismo: muta a seconda delle circostanze, cambia sembianze e si infiltra silenziosamente nelle poche fessure di libertà che riusciamo a ritagliarci. e ammettere che anche tu sei schiav* di questo sistema non è una vergogna; non ti rende meno liber* o meno autodeterminat*. if anything, è il primo passo per autodeterminarsi in modo più consapevole. la seconda è che alla fine non importa quanto tocchino TE (o quanto pensi non ti tocchino) le esperienze di cui il femminismo parla; so che io, in primis, non potrei mai avere una relazione etero monogama con qualcuno che pensi, men che meno dica ad alta voce, “lei è donna, spetta a lei pulire casa”. dovrei quindi smetterla di indignarmi quando queste cose capitano? dovrei non mettere in luce l’intrinseca insensatezza di questo pensiero? dovrei non lottare affinché questa cosa cambi — a prescindere da quanto l’altra parte della coppia magari desideri sinceramente occuparsi dell’ambiente domestico? NO. perché finché questa non sarà una scelta libera (e con libera intendo scevra da condizionamenti pregressi culturali, educativi…) io non smetterò di impuntarmi e di battere i piedi e i pugni sul tavolo.

il femminismo della quarta ondata — intersezionale, inclusivo, aperto — riguarda tutt* e parla a tutt*. non credo ci sia una singola categoria umana che non ne beneficerebbe (sì, persino i maschi bianchi cishet). non dovete credermi per forza, ma potete leggere, informarvi e silenziosamente notare quanti condizionamenti siete costrett* a sucare, giorno dopo giorno, e di quanto la vostra vita diventerebbe nettamente migliore senza il patriarcato.

*nessuna di queste frasi è stata inventata, ma sono state tutte pronunciate in prima serata in diretta nazionale da uno dei partecipanti.

torino chronicles #9

sono tornata a casa (in senso lato) e a casa ho trovato casa (in senso concreto). tutto fila per il verso giusto. non ho motivi per cui lamentarmi.

camminare per strade che conosco, ascoltare suoni e accenti familiari, riempirmi gli occhi della bellezza di torino — tutto contribuisce alla mia pace. una pace statica, senza picchi di euforia o di angoscia, senza grandi scosse o turbamenti. è tutto molto bello, ma paradossalmente non ci vivrei. mi sento un po’ come un lago immobile, appena increspato solo da agenti esterni, ma altrimenti statico e imperturbabile.

ho anche zero fucks to give, ultimamente. se qualcosa non mi sta bene, semplicemente lo dico. non sono abituata a questa versione di me stessa, quindi quando capita mi sorprendo sempre un po’. credo sia merito di tutte le letture femministe in cui mi sono immersa di recente. iniziare a reclamare il mio spazio nel mondo, invece di trovare legittimo l’assottigliarmi sempre di più per far posto a chicchessia.

appena qualcunx pretende di spiegarmi qualcosa che, beh, ho studiato (“sai, c’è tanta logica in filosofia”), rimarco il fatto di saperlo perché ho solamente (sic!) sette anni di esperienza nel settore; se emeritx sconosciutx pretendono di darmi consigli (non richiesti) su come dovrei condurre la mia esistenza (di cui non sanno un fico secco), rispondo con dell’acido sarcasmo — anche a costo di suonare terribilmente maleducata.

i had enough, fuck off everyone.

chronicose

è sempre poco piacevole — e allo stesso tempo confortante — realizzare quanto poco unx abbia imparato dai propri errori e quanto sia facile dimenticare. se siamo destinatx a ripetere i nostri sbagli again and again, ditemi dove devo firmare per uscirne fuori.

alla fine della fiera, è sempre la stessa solfa. edulcoriamo, idealizziamo e fantastichiamo su altri esseri umani nella speranza che ci rendano più completx, più felici, più interessanti, meno solx e meno insignificanti di quanto siamo mai statx, per poi renderci conto che non è mai così e non ne vale mai la pena. so long, and thanks for all the fish (cit.).

se dovessi riassumere il mio stato d’animo in una parola: esilarata. non nel senso di un divertimento spensierato, quanto più quella risatina un po’ isterica e rassegnata, che però non ti rattrista, ma ti fa solo aprire le braccia e scuotere la testa con un pelo di compassione verso te stessa. ci sarebbero tanti motivi per arrabbiarsi, per piangere e per compatirsi, ma la verità è che tutto ciò richiede semplicemente troppa energia e troppo tempo, e ti rendi conto che a) non ne vale la pena e b) non ne hai voglia.

e quindi sorridi e fai spallucce, mettendo play all’ennesimo episodio dell’ennesima serie che stai binge-watchando nelle ultime tre settimane. yassss.

ordinary life chronicles, #53

sarebbe sbagliato dire che sono arrabbiata; almeno, se sottostessimo alle condizioni di correttezza elaborate secondo alcuni filosofi, la rabbia è legittima quando viene arrecata un’offesa a te o a qualcosa di te caro. nessuno mi ha offesa, nessuno mi ha insultata.

sarebbe anche sbagliato dire che sono triste; sempre secondo gli stessi filosofi, la tristezza è legittima quando qualcosa viene perso irrevocabilmente. e io non ho mai tanto creduto al fatto che le persone si possano perdere, così come si perde un orecchino o le chiavi della macchina.

le persone non si perdono: scappano o si lasciano scappare, si accantonano o si lasciano accantonare, si dimenticano o si lasciano dimenticare, si ignorano o si lasciano ignorare. e in quanto cieca sostenitrice della libertà individuale, dei limiti personali, dei confini tracciati e del bisogno di respirare mio e altrui, faccio fluire, inspiro profondamente e procedo.

(se questo sentimento fosse un lago, potrei dire che mi sono immersa fino alle caviglie prima di tornare in fretta a riva, nel mio caldo asciugamano.)

ordinary life chronicles, #45

è incredibile quanto passi in fretta il tempo quando si regredisce ad uno stato semi-larvale. in questo (quasi) mese non ho fatto niente; ho cercato di pensare, interagire e comunicare il meno possibile — sia con me stessa, che con il mondo circostante. è un modo come un altro di restare a galla, forse uno dei meno impegnativi e dolorosi scoperti finora.

non sono pronta ad interrompere questo intermezzo catatonico, sebbene sia tornata al lavoro da una settimana e sebbene mi renda conto di quanto alla lunga possa diventare un atteggiamento malsano. ad ogni mail che ricevo reagisco con fastidio, ad ogni burocratico tentativo di normalità reagisco con astio e alla sola idea che si debba tornare a fare seminari su zoom ho un rigurgito di insofferenza.

continuo a malsopportare tutto quello che faccio, leggo e scrivo, ma con una punta di disgusto in meno. una settimana di vacanza era ciò di cui avevo bisogno. una settimana in cui ho riso tanto, sempre per le stesse cose stupide e con le stesse persone; una settimana in cui mi sono sentita libera di essere, dire e fare qualunque cosa volessi; una settimana in cui mi sono sentita al sicuro — da cosa, poi, e da chi?; una settimana in cui non ho dovuto rendere conto letteralmente a nessuno di cosa facessi, dove andassi, quando tornassi, perché lo facessi.

una settimana che forse, se volessimo, potrebbe durare di più?

ordinary life chronicles #20

quando qualcuno mi chiede perché sia depressa, mi sorprendo sempre; credo che la vera domanda sia perché non si è depressi – soprattutto dopo un anno come questo qui. se già prima le prospettive erano tutto fuorché rosee, adesso le descriverei grigio topo. in accademia ci saranno dei tagli causate dal calo di iscrizioni di studenti internazionali (leggi: prima fonte di guadagno delle uni in uk); l’economia è ovunque in caduta libera; la disoccupazione sta raggiungendo picchi stupefacenti; la routine di tutti i giorni è cambiata: la burocrazia è diventata più arzigogolata di prima, l’accesso alle cure ospedaliere è sempre più ristretto, viaggiare è e rimarrà complicato per un bel po’. nella fattispecie, le conferenze sono annullate, i workshop cancellati, il mio ufficio rimarrà chiuso – e la qualità del mio lavoro rimarrà di conseguenza mediocre.

probabilmente sarei stata depressa anche senza covid19, sia chiaro, ma queste contingenze hanno un ulteriore impatto sulla mia salute mentale – tale da rendere auto-evidente la risposta al ‘perché sei depressa’.
come se la depressione dovesse avere una causa specifica e riconoscibile, poi. un po’ come chiedere a qualcuno perché soffre di ipertensione. il punto è che il perché della depressione non riguarda solo le cause cliniche – sarebbe bello poter svicolare da questa domanda adducendo come motivazione un banale deficit di sostanze biochimiche. no, la gente vorrebbe sentirsi dare ragioni che può comprendere, tipo che ne so, sono depressa perché mi è morto il gatto (o perché il mio lavoro fa schifo o perché hanno diagnosticato un morbo incurabile a mia madre). la realtà è che nel mio caso nulla di tutto questo è vero, eppure la depressione è palpabile, tangibile, reale e ogni mattina, quando apro gli occhi, mi chiedo perché mi tocchi vivere ancora un giorno in più.

da quando sono dimagrita alcune persone mi parlano in maniera diversa, ascoltano le mie opinioni in maniera diversa e mi danno ragione più facilmente. come se, adesso che sono diventata “appetibile”, allora anche le mie opinioni siano diventate più vere e più meritevoli di credibilità. lo trovo infinitamente triste e squallido.
ultimamente, nel mio piccolo, cerco di fare attivismo. cerco di additare istanze e contraddizioni del patriarcato e cerco di sensibilizzare i miei amici siciliani – che non hanno mai letto un saggio femminista e che non hanno ricevuto un’educazione scevra da sessismo (come anche la sottoscritta del resto) – alle tematiche del femminismo.
al contempo, cerco di non aggredire i sessantenni che mi fissano il culo quando passo davanti al loro tavolo al bar, di non graffiare con le chiavi di casa la fiancata del tamarro che mi fischia in macchina, di non urlare quando ascolto commenti sessisti su come le donne dovrebbero vestirsi o atteggiarsi.

cerco di coniugare tutto questo con una mia educazione al femminismo e all’anti-razzismo, con il tentativo di smantellare retaggi sessisti che ogni tanto continuano a farmi pop in mente, con dei commenti silenziosi su tizio o tizia che mi rendo conto nascondere venature non solo grassofobiche, ma anche razziste. è un lavoro faticoso ma soddisfacente, anche se ogni giorno mi rendo sempre più conto di quanto siano profonde le radici di certe credenze.

il mio più grande desiderio, al momento, è di sparire per quarantotto ore. spegnere il cellulare e il pc, rendermi completamente irrintracciabile e irraggiungibile. poter vivere due giorni senza l’ansia di dover rispondere a chiamate, mail e messaggi, senza dover sopportare la pressione sociale, senza dover interagire o interloquire con chicchessia. e magari lo faccio pure.

ordinary life chronicles #3

il sierologico era negativo.
non spenderò parole su quanto sperassi fosse positivo e di essere una delle fortunate paucisintomatiche che potesse lasciarsi l’ansia del covid19 alle spalle.

di buono c’è che sono tornata alla normalità: ho rivisto i miei genitori dopo sei mesi, ho rivisto i miei amici, ho rivisto i miei gatti. questa estate modicana non mi spaventa più — o almeno, non così tanto. vorrei solo poter andare al mare.

quello che mi spaventa è il fatto che abbia perso la capacità di capirmi, di nuovo.
a volte non so cosa voglio. altre volte lo so, ma sono incapace di dirlo a voce alta. altre volte ancora mi sembra che l’unica soluzione sia recidere di netto un tot di rapporti tossici che continuo ad intrattenere e di cui non riesco a sbarazzarmi – ma ovviamente fallisco prima ancora di provarci – e ancora, non so se non riesca a sbarazzarmene perché in fondo non voglia, perché abbia paura di farlo o perché il gioco non ne valga la candela.

vorrei tornare a vedere una terapeuta.

(pensavo che in tutti questi anni di parole imbottigliate avessi finalmente imparato a dire “no”, “questo non mi sta bene”, “hai torto”; invece, a quasi trent’anni, sono ancora qui a dire sommessamente “ok” a cose e a persone che mi fanno venire voglia di lanciare il cellulare contro il muro.)

quarantine chronicles, #52

stessa quarantena, regione diversa.

sono tornata alla mia routine fatta di lavoro, cibo, lavoro, workout, cibo, netflix, sonno. rinse. repeat.

va bene così.

spesso mi sveglio triste.

ho ripreso a scrivere poesie brutte.

a volte dormo dopo pranzo, altre volte mi masturbo.

sento i miei tre o quattro volte al giorno. ieri ho visto papà dallo spioncino del portone di casa lasciarmi la spesa sul pianerottolo.

mamma mi ha comprato del gelato.

ho fatto shopping online compulsivamente.

ho smesso di fumare (di nuovo).

mangio troppo rispetto alle calorie che brucio.

sto letteralmente consumando una serie su amazon prime [little fires everywhere, nda].

l’idea di stare qui per (almeno) un altro mese e mezzo mi spaventa. vorrei potermi addormentare e risvegliarmi ad agosto.

quando smetteranno i giorni di essere tutti uguali?

(semi)quarantine chronicles, #37

sono quarantaquattro giorni che non rimango da sola in una casa – o addirittura in una stanza – per più di tre ore. una volta questa condizione mi avrebbe fatto perdere il senno solo a pensarci, adesso invece l’immaginarmi da sola mi spaventa. di conseguenza, l’idea di tornare in sicilia tra undici giorni (con tutto quello che comporta) mi rende ansiosa e triste.

non è che abbia smesso di apprezzare la solitudine, è solo che penso di averne fatto indigestione durante i primi due mesi di questo lockdown; e sebbene forse quattrodici giorni in auto-isolamento lontano dai miei siano la soluzione migliore per tutti (da un punto di vista sanitario ma soprattutto psicologico), se dicessi che la prospettiva mi alletta sarebbe una bugia.

non so se sia un segno della mia inesorabile vecchiaia, ma sentirmi apolide inizia a pesarmi. vorrei poter avere in mente un luogo quando penso alla parola ‘casa’. un’idea di sicurezza, una routine ben definita, degli affetti intorno, degli oggetti conosciuti, dei piccoli rituali. invece alla fine mi ritrovo sballottata a destra e sinistra, con delle routine provvisorie e delle abitudini destinate a cambiare ogni paio di mesi. penso sia questo quello che più mi manca di manchester, nonostante il tempo di merda e nonostante la noia di certe giornate: andare in ufficio ogni mattina, fare pranzo con i miei colleghi, chiedere a je. cosa ha cucinato la sera prima, prendere in giro d., costringere jo. a subire i miei tentativi di abbracci, ascoltare le battute taglienti di c. e le riflessioni sul femminismo di a. mi mancano tutti, molto; e mi manca ancora di più pensarli tutti lì, in quel palazzone brutto (“originariamente era stato progettato come prigione”, mi ha detto una volta il mio supervisor). fino a qualche mese fa il nostro unico problema erano gli studenti che riscaldavano il pesce nel nostro microonde appestando l’intero dipartimento, e adesso quel microonde chissà quando e se tornerà in funzione. (il fatto che mi manchi perfino un elettrodomestico la dice lunga su quali livelli di sentimentalismo abbia raggiunto durante questa pandemia).

scegliendo l’accademia ho scelto il precariato (lavorativo ed esistenziale), ma non mi avevano mai detto che una pandemia sarebbe stata inclusa nel contratto.

(semi)quarantine chronicles, #30

sono giorni che inizio post che non finisco. è come se stessi cercando di sbrogliare una matassa di pensieri, solo che arrivata a metà perdo il filo e mi tocca ricominciare ogni volta da capo.

vorrei scrivere della rabbia che ho provato per l’omicidio di george floyd, per l’odio verso la società americana — e in generale verso il razzismo sistemico e sistematico, verso trump, verso chi (spesso maschio, bianco, middle class) si permette di dire in che modo le poc dovrebbero esprimere la propria frustrazione, verso chi difende gli sbirri a spada tratta, verso chi è cieco nei confronti di questa società schifosa e corrotta, nei confronti degli abusi di potere — ma soprattutto vorrei scrivere del disprezzo che provo verso chi in questi privilegi ci sguazza e non ha alcuna intenzione di sovvertire lo status quo senza però prendere una posizione [chi tace, chi fa lo gnorri, chi riesce a proseguire con la propria vita senza soffermarsi un attimo a pensare al marcio che ci circonda].

vorrei scrivere della sensazione di incertezza ed instabilità che mi assale quando penso a cosa fare della mia vita a settembre, ma soprattutto quando penso che per la prima volta nella vita sarebbe una decisione che prenderei completamente alla cieca. perché, oltre ai soliti fattori imprevisti e incalcolabili che vanno aggiunti di norma all’equazione, questa volta c’è una pandemia ed un mondo che cambia fin troppo in fretta per far fronte alle emergenze. e quindi mi ritrovo qui a chiedermi a che pro tornare a manchester se non posso andare in ufficio, non posso insegnare vis-à-vis, e se potenzialmente non posso incontrare i miei amici e colleghi in caso di second-wave e di lockdown. non sarebbe meglio tornare a torino, mi dico, la città che sento più casa nel mondo? non sarebbe meglio andarsi a rifugiare in strade conosciute, in scorci familiari, in odori noti?
e al contempo mi chiedo: e se tutto cambiasse nuovamente? e se il covid scomparisse, così com’è spuntato, e tutto riaprisse da una settimana all’altra? se dovessi poi organizzare un nuovo trasloco, in fretta e furia? siamo sicuri di non star facendo l’ennesima scelta sbagliata?

vorrei scrivere dell’errore che ho fatto qualche giorno fa, un po’ per caso e un po’ per masochismo, di andare a rileggere vecchie conversazioni con il mio ex su whatsapp e ho ricordato, con spaventosa lucidità e con pungente chiarezza, le dinamiche tossiche in cui eravamo finiti, il continuo ferirsi e soffrire, l’incapacità di parlarsi senza astio e senza recriminazioni. mi fa paura quello che le persone possono farsi a vicenda, mi spaventa pensare che possano tirare fuori il peggio — sfaccettature di te così brutte che non sapevi nemmeno di avere o di essere, mi terrorizza l’idea di poter venire distorta fino al punto di non riconoscermi più.

e quindi alla fine scrivo di tutto e non scrivo di niente, inconcludente come sempre, insoddisfatta come sempre.