2021, #1

uno dei pochi insegnamenti della mia psicologa inglese a cui ho deciso di tenere fede è il cosiddetto ‘pick your battles’. ci sono delle battaglie che sono perse in partenza: discussioni con persone che non cambieranno mai idea a prescindere da quali evidenze porti a sostegno della tua tesi (dati, numeri, esperienze personali…); alterchi con chi ha studiato la materia la metà di te e cerca comunque di convincerti appellandosi o ad argomenti ad hominem o ripetendo la stessa tesi (spesso confusa, vaga e decisamente non-watertight) ad oltranza, a prescindere dalle tue risposte; dialoghi che diventano monologhi; liti che sfociano dapprima negli insulti (e.g., nazista) e poi nell’incredulità (e.g., perché sei diventata aggressiva?).

da quando mi sono avvicinata al femminismo intersezionale (e, conseguentemente, al tentativo di riconoscere e smantellare i privilegi di ogni ordine e grado — sì, anche i miei), mi ritrovo in battaglie che non so di avere intrapreso e da cui non so come allontanarmi senza rimanerne in qualche modo ferita. perché, e questo è quello che accade spesso con i/le mi* interlocutor*, spesso per loro sono pure dispute teoriche, un esercizio di retorica e dialettica, una sfida verbale con ‘la filosofa’, per me sono anni e anni di oppressione, nei miei confronti e in quelli de* mi* compagn*. non riesco a mantenere distacco e non riesco a fingere che mi vada bene così.

per natura, non sono una persona polemica. detesto gli scontri, le discussioni, gli scambi di idee fin troppo accesi. non sopporto essere in disaccordo con chicchessia e mi piacerebbe vivere in un universo fatto di serenità e di concordanza. la verità, però, è che da quando mi sono avvicinata a questo movimento, mi trovo perennemente di fronte ad un dilemma: do ragione al* mi* interlocutor* anche quando penso che abbia torto marcio — una strategia che ho sempre utilizzato per il quieto vivere quando ero giovane — o mi lancio in un dibattito da cui probabilmente uscirò esausta, prosciugata e con la tachicardia, confidando sempre meno nel genere maschile (sì, scusate maschietti alla lettura, statisticamente mi capita di discutere più con voi che con altre donne).

vorrei poter avere un arsenale di argomenti pre-costituiti da incollare (o proferire) ogni qualvolta si aprono parentesi rischiose. semplicemente premere play (o ctrl+v) e allontanarmi, lasciando l* mi* interlocutor* a discutere con quel bot.

la soluzione, molto probabilmente, sta semplicemente nell’evitare queste conversazioni evitando tali individui. questo è il mio augurio per il mio 2021: meno covid, meno tossicità.

ordinary life chronicles #20

quando qualcuno mi chiede perché sia depressa, mi sorprendo sempre; credo che la vera domanda sia perché non si è depressi – soprattutto dopo un anno come questo qui. se già prima le prospettive erano tutto fuorché rosee, adesso le descriverei grigio topo. in accademia ci saranno dei tagli causate dal calo di iscrizioni di studenti internazionali (leggi: prima fonte di guadagno delle uni in uk); l’economia è ovunque in caduta libera; la disoccupazione sta raggiungendo picchi stupefacenti; la routine di tutti i giorni è cambiata: la burocrazia è diventata più arzigogolata di prima, l’accesso alle cure ospedaliere è sempre più ristretto, viaggiare è e rimarrà complicato per un bel po’. nella fattispecie, le conferenze sono annullate, i workshop cancellati, il mio ufficio rimarrà chiuso – e la qualità del mio lavoro rimarrà di conseguenza mediocre.

probabilmente sarei stata depressa anche senza covid19, sia chiaro, ma queste contingenze hanno un ulteriore impatto sulla mia salute mentale – tale da rendere auto-evidente la risposta al ‘perché sei depressa’.
come se la depressione dovesse avere una causa specifica e riconoscibile, poi. un po’ come chiedere a qualcuno perché soffre di ipertensione. il punto è che il perché della depressione non riguarda solo le cause cliniche – sarebbe bello poter svicolare da questa domanda adducendo come motivazione un banale deficit di sostanze biochimiche. no, la gente vorrebbe sentirsi dare ragioni che può comprendere, tipo che ne so, sono depressa perché mi è morto il gatto (o perché il mio lavoro fa schifo o perché hanno diagnosticato un morbo incurabile a mia madre). la realtà è che nel mio caso nulla di tutto questo è vero, eppure la depressione è palpabile, tangibile, reale e ogni mattina, quando apro gli occhi, mi chiedo perché mi tocchi vivere ancora un giorno in più.

da quando sono dimagrita alcune persone mi parlano in maniera diversa, ascoltano le mie opinioni in maniera diversa e mi danno ragione più facilmente. come se, adesso che sono diventata “appetibile”, allora anche le mie opinioni siano diventate più vere e più meritevoli di credibilità. lo trovo infinitamente triste e squallido.
ultimamente, nel mio piccolo, cerco di fare attivismo. cerco di additare istanze e contraddizioni del patriarcato e cerco di sensibilizzare i miei amici siciliani – che non hanno mai letto un saggio femminista e che non hanno ricevuto un’educazione scevra da sessismo (come anche la sottoscritta del resto) – alle tematiche del femminismo.
al contempo, cerco di non aggredire i sessantenni che mi fissano il culo quando passo davanti al loro tavolo al bar, di non graffiare con le chiavi di casa la fiancata del tamarro che mi fischia in macchina, di non urlare quando ascolto commenti sessisti su come le donne dovrebbero vestirsi o atteggiarsi.

cerco di coniugare tutto questo con una mia educazione al femminismo e all’anti-razzismo, con il tentativo di smantellare retaggi sessisti che ogni tanto continuano a farmi pop in mente, con dei commenti silenziosi su tizio o tizia che mi rendo conto nascondere venature non solo grassofobiche, ma anche razziste. è un lavoro faticoso ma soddisfacente, anche se ogni giorno mi rendo sempre più conto di quanto siano profonde le radici di certe credenze.

il mio più grande desiderio, al momento, è di sparire per quarantotto ore. spegnere il cellulare e il pc, rendermi completamente irrintracciabile e irraggiungibile. poter vivere due giorni senza l’ansia di dover rispondere a chiamate, mail e messaggi, senza dover sopportare la pressione sociale, senza dover interagire o interloquire con chicchessia. e magari lo faccio pure.