quarantine chronicles, #26

tra le cose più strane che mi saranno successe durante questa quarantena, potrò annoverare l’aver prenotato un monolocale su airbnb a cinque minuti da casa mia qui a ginevra, l’aver fatto su uno zaino ed aver traslocato lì per due settimane.

ci sono una quantità di ragioni per cui ammettere di aver fatto questa cosa a voce alta mi causa angoscia e mi fa vergognare.
la prima ragione è economica. è una sensazione che ho provato spesso nella mia vita – a torto, perché dei modi in cui io spendo i miei soldi non devo rendere conto e ragione proprio a nessuno; eppure ho l’impressione che (alcune del)le persone con cui parlo traggano giudizi sulla mia persona proprio sulla base dei modi in cui spendo i miei soldi.
i miei genitori mi hanno cresciuto con l’idea che i soldi sono importanti, certo, ma mai quanto il proprio benessere psicofisico: se vedere una terapeuta una volta a settimana ti aiuta, fallo; se iscriverti in palestra ti aiuta, fallo; se cambiare città o casa ti aiuta, fallo.
nonostante abbia speso buona parte di questi ventisei giorni mentendo a me stessa e agli altri (“no, ma qui tutto sommato sto bene”), la verità è che non sto bene. avere un viavai di persone in cucina mi preoccupa; dover disinfettare tutte le superfici prima di potermi fare un caffè mi scoccia; dover dormire con i tappi perché ogni sera c’è gente che guarda film o ascolta musica fino alle tre del mattino in salotto è una rottura di cazzo; la sporcizia in bagno mi disturba; le risate sghignazzanti ad ogni ora del giorno e della notte mi impediscono di lavorare. e queste sono cose che mi darebbero fastidio in generale, figuriamoci durante una pandemia.

e qui si passa alla seconda ragione per cui l’aver deciso di spostarmi per due settimane mi causa vergogna. perché la maggior parte delle persone a cui accenno questi problemi mi risponde: “beh, ma non puoi parlarne con loro?”. sì, certo che posso e certo che l’ho già fatto. ma ci sono una serie di circostanze da prendere in considerazione: a) le due tizie che organizzano feste ad ogni ora del giorno e della notte sono amiche e si danno manforte. quindi nella loro visione e narrazione dei fatti condivisa, non stanno facendo nulla di male. sì, ok, invitano gente – ma il governo svizzero permette di riunirsi fino ad un massimo di cinque persone (poi ogni tanto sono sette o otto, ma cosa vuoi che cambi…) – quindi che problema c’è? sì, ok, fanno festa, ma dopo puliscono (“puliscono”). sì, ok, si divertono – e quindi? dovremmo tutti vivere con la perenne angoscia esistenziale della pandemia come la sottoscritta? sì, ok, magari ci beccheremo il covid-19, ma tanto prima o poi ci dovrà capitare, no? e meglio prima che dopo, così sviluppiamo l’immunità e siamo tutti felici; b) sono arrivata a fine febbraio, sono in sub-affitto e non ho né la confidenza, né l’amor proprio necessari per impormi. dire loro “questa cosa non mi sta bene” mi è costato fatica – combattere da sola questa piccola battaglia è frustrante, prosciuga le mie energie mentali e al momento non ne ho abbastanza da poterne devolvere per questa causa; c) odio i litigi, odio vivere in case in cui ci sono situazioni di tensione, odio non sentirmi a mio agio, odio dovermi esporre.

questa mia debolezza, questa mia incapacità di farmi valere è il motivo per cui odio ammettere di aver deciso di affittare un rifugio sicuro per due settimane piuttosto che uscire dalla mia stanza e combattere per i miei diritti. e peggio di questa ammissione, peggio di essere giudicata per il modo in cui spendo i miei soldi, peggio di essere etichettata come debole, c’è solo l’essere compatita. quando le persone a cui ne parlo si dicono dispiaciute, mi sento ancora peggio. è come se all’improvviso fossi diventata la persona a cui si fa riferimento quando bisogna calcolare i propri standard di sofferenza – del tipo “sì, ok, in questa quarantena sto male, ma potrebbe andarmi peggio, potrebbe andarmi come va a benni”. e la cosa più triste è che non ci sarebbe nulla di falso. continuo a rivestire la mia esistenza giornaliera con una patina di bugie e glitter, ripetendomi quanto tutto sommato sia fortunata, cercando dei lati positivi nel mio essere qui a ginevra, in questa casa, piuttosto che altrove – ma sono tutte cazzate. la verità vera è che non voglio soffermarmi a pensare su quanto dovrei stare male in realtà e su quanto poco stia scratching the surface della mia reale condizione, perché altrimenti non so come potrei continuare a tirare avanti ogni giorno.

so che quando tutto questo sarà finito, mi guarderò indietro e realizzerò quanto male stessi effettivamente e quanto poco lo avessi capito. fino ad allora, raccontiamoci che va bene così.