(semi)quarantine chronicles, #20

sebbene sia in una città che non mi appartiene, in una casa che non mi appartiene, in una realtà che non mi appartiene, tutto è permeato di una serenità che non provavo da tanto tempo. se chiamiamo ‘casa’ i posti dove ci sentiamo amati, allora sono a casa. le case sono fatte dalle persone, meno dai luoghi, in fondo.

ho ripreso a lavorare, a leggere, ma soprattutto ad apprezzare le cose che leggo. quel macigno che mi pesava sul petto all’idea di far filosofia sembra essersi alleggerito; non del tutto, non completamente, ma adesso pesa sempre meno ed è diventato più semplice perdersi tra i paragrafi dei papers. questo mi rassicura e mi rasserena.

in concomitanza con questa serenità lavorativa, un altro tipo di angoscia (consapevolezza?) sottile – ma non necessariamente del tutto negativa – ha iniziato a farsi strada in me circa le relazioni romantiche. se da una parte ho realizzato di aver più bisogno di una (o più) persona(e) accanto di quanto sospettassi, dall’altra ho scoperto la facilità con cui riesco ad allontanarmene quando razionalmente i motivi per averne bisogno vengono a cadere. più di questo – e peggio di questo – ho bisogno delle persone solo quando esse hanno bisogno di me; nel momento in cui cesso di sentirmi necessaria, anche la mia necessità di averle accanto smette di sussistere. è un meccanismo di autodifesa? è essere volubile? è – ancora una volta – la mia sindrome da crocerossina?

ci ragionavo qualche tempo fa, e suona un po’ come la sindrome di munchausen by proxy (senza le conseguenze ultra creepy che quella comporta): ho bisogno di sentirmi necessaria, per dare validazione alla mia esistenza e per convincermi che, in fondo, non sia del tutto da buttare via. mi ritrovo ad espiare colpe reali o presunte sobbarcandomi la sofferenza altrui e trovando una perversa forma di soddisfazione nell’essere una pura stampella – da prendere ed abbandonare quando diventa inutile – per il benessere degli altri. quindi quando gli altri hanno bisogno di me mi dico che sono utile e interessante, quando si emancipano da questo rapporto di necessità mi dico che in fondo non ci avevo mai investito davvero.

non so se si sia rotto qualcosa in me dalla mia ultima relazione o se avessi sempre avuto questo nichilistico buco nero – un qualcosa che inghiotte, mastica e annienta ogni parvenza di sentimento appena più profondo, appena più impegnativo, appena più rischioso; non ho paura di soffrire, ho solo paura che non ne valga mai la pena. di ritrovarmi con meno certezze di quando è iniziata.

la verità vera è che non ho mai davvero capito se valgo qualcosa, e se sì, quanto. è comodo farsi incollare un prezzo in testa da chicchessia e vivere secondo quegli standard; è difficile credere che, indipendentemente dal pensiero altrui, il proprio valore rimanga immutato.

ancora più facile è stato vivere durante la quarantena come se fossi un corpo gettato tra altri corpi, come se non avessi altro valore oltre alle mie tette o al mio culo. (con questo non voglio dire che le mie tette non valgano nulla, sia chiaro, le trovo molto carine – ma solamente che quando il valore è assegnato a qualcosa di pubblico e visibile come un corpo, è molto più difficile sbagliarsi). infine, quando il tuo valore è definito dal tuo corpo, puoi anche smettere di pensare e di parlare. una volta credevo che la parte migliore di me fosse il mio cervello – anche perché ero più grassottella e non sapevo che esistesse una cosa chiamata ‘body positivity’; alla veneranda età di (quasi) ventinove anni, penso che la parte migliore di me siano le mie tette, e tanto mi basta. so much for my phd in filosofia.

quarantine chronicles, #41

avrei dovuto scrivere questo post da un’altra casa, da un’altra città, con accanto una persona che avrei voluto avere accanto e invece sono ancora qui a ginevra, con una febbricola che ormai non c’è, un raffreddore fastidioso e la narice sinistra chiusa.

i piani per i miei voli continuano a cambiare (grazie alitalia), facendomi vivere con un perenne senso di precarietà e incertezza. sto cercando di essere comprensiva con me stessa e di dirmi che se ho scelto di non partire ieri – a prescindere da quanto il rischio fosse tangibile di essere bloccata a roma – è stato perché ho ponderato bene il da farsi e ho deciso di non correre rischi né per me, né per le persone intorno a me, né per la persona che mi avrebbe accolto.

il prossimo countdown adesso è schedulato per il trenta aprile. roma, notte in albergo, poi via il primo maggio verso pisa. sono preoccupata, tanto per cambiare, ma cerco di guardare i lati positivi. lascio ginevra un giorno prima; spezzo il viaggio in due; cambio scenario dopo quasi un mese vissuto chiusa in queste quattro mura; per allora il mio raffreddore sarà passato.

stanotte ho fatto un sogno strano.

non tocco il corpo di un altro essere umano da 34 giorni, e la prossima volta che ne toccherò un altro, spero, sarà quando il mio daycount scandirà i 42 giorni. mi ritrovo a respirare in funzione di quell’abbraccio, per quanto possa suonare patetico e melenso. ho dimenticato cosa voglia dire sentire un odore diverso dal proprio, un calore diverso dal proprio, la pressione di un altro corpo, la sensazione di protezione e di sicurezza.

oggi ho rinunciato all’unico impegno accademico che avrei dovuto avere in secoli. il mio dottorato è un completo fallimento. non produco nulla da un mese, continuando a posticipare la mia cosiddetta rinascita accademica a quando sarò più serena, se mai questo momento arriverà.

ho l’impressione di stare deludendo tutti gli esseri umani che fanno o hanno fatto affidamento su di me. deludo i miei supervisors, non riuscendo a lavorare; deludo i miei genitori, continuando a prenotare biglietti per aerei che non riesco o non posso prendere; deludo le persone che mi aspettano, non arrivando; infine, come sempre, deludo me stessa, perché sbaglio sempre, sbaglio tutto e non sono in grado di accantonare le mie ansie e la mia depressione per fare quello che la maggior parte della gente sembra riuscire a fare dopo un mese e passa: sopravvivere attraverso questa pandemia in modo funzionale.

quarantine chronicles, #38

ho comprato le mie prime mascherine. tre bellissime ffp2, per il modico prezzo di 10 CHF- cadauna. ho comprato anche dei guanti in lattice e trasportato la mia valigia piena degli ultimi vestiti rimasti nella mia vecchia stanza qui nell’airbnb, sotto gli occhi attoniti dei passanti – immagino che vedere una tizia trascinare un trolley gigante in piena pandemia sia diventata una scena bizzarra ai giorni nostri. ho anche comprato il mio primo spray nasale antistaminico. una mattinata piena di prime volte, insomma.

sto preparando la mia fuga da ginevra oscillando tra una miriade di stati d’animo, e ognuno di loro cambia come quando si guarda dentro un caleidoscopio; gli elementi in gioco sono sempre gli stessi, ma i cristalli si spostano ad ogni minimo sussulto – e basta cambiare un attimo la luce per modificare le figure. quindi ogni tanto sono emozionata: saltello e sorrido, contando le ore, e poi i minuti, per quando finalmente potrò lasciare questo posto, di cui purtroppo serberò solo brutti ricordi; ogni tanto sono terrorizzata: ci sono talmente tante cose che potrebbero andare storte. e se mi bloccassero all’aeroporto? e se mi annullassero un volo? e se mi perdessero la valigia? e se mi svegliassi con la febbre, proprio quella mattina? e se mi venisse la febbre tra i due aerei? e se cambiassero il decreto la sera prima?; ogni tanto sono titubante: una scelta così folle sarà la scelta giusta? avrò dei rimorsi?; infine, (raramente) mi sento pervadere da un senso di serenità quando ci penso: andrà tutto bene.

la cosa più strana di tutta questa faccenda è che mi sono sempre lamentata della scarsa spontaneità delle persone che ho frequentato, del continuo overthinking, dell’incapacità di prendere e partire – che per me si è sempre tradotta in una mancanza di interesse nei miei confronti (a torto o a ragione). di conseguenza, anche io ho imparato a ponderare bene prima di scegliere, a mettere in discussione i miei desideri due, tre, dieci, venti volte, a spingere sul freno piuttosto che sull’acceleratore. e invece adesso mi sembra di star guidando un’automobile su cui i freni non siano stati installati sin dall’inizio. è una sensazione molto liberante, nonostante le varie red flags che mi continuano a sventolare sotto al naso. però è anche una delle poche cose che mi ha mantenuto sana in queste ultime tre settimane, e quindi.

quarantine chronicles, #34

avere qualcosa da aspettare quando i giorni si assomigliano tutti e il tempo sembra non scorrere mai è un po’ una tortura, ma anche una benedizione. il problema è che anche questa attesa, come tutte le attese sperimentate durante questa pandemia, è un’attesa potenzialmente illusoria.

gli aerei vengono soppressi, i lockdowns vengono prorogati, gli eventi vengono cancellati, le persone si allontanano. ho trascorso buona parte di questa pandemia ad aspettare date decise da altri esseri umani o enti governativi, a subire decisioni prese da terzi mentre mi comportavo in modo civicamente impeccabile. nonostante la totale assenza di produttività, nonostante i numerosi mental breakdowns e le strategie dubbie per riempire le mie giornate e nonostante la gallery del mio cellulare non abbia nulla da invidiare a quella di una sex worker un po’ vanitosa, tutto sommato sono abbastanza fiera del modo in cui finora ho gestito una situazione eccezionale in un contesto francamente difficile, in uno stato psicologico già labile.

non ho lavorato né su me stessa né alla mia tesi, non ho eccelso in nessun nuovo hobby (a meno che non si consideri il sexting un hobby), non ho avuto nessuna rivelazione metafisica nei confronti di me stessa, non ho guardato nessuna filmografia, letto nessun classico, ascoltato nessuna discografia. però sono ancora qui, sto respirando (male, perché alla veneranda età di quasi 29 anni mi sono scoperta allergica a qualcosa) e sto resistendo. mangio tutti i giorni, bevo tutti i giorni, faccio sport tutti i giorni. sono felice? no. sto bene? no. penso di poter continuare così ancora a lungo? no.

non c’è nessuna vergogna nel deporre le armi, chiedere aiuto e raggiungere posti più sereni, circondata da persone a cui vuoi bene – nella speranza che entrambi gli aerei decollino, che nessun biglietto venga cancellato, che nessun nuovo decreto impedisca il rientro dei cittadini in italia.

voglio tornare a casa, ovunque essa sia.

– 15?

quarantine chronicles, #30

ultimamente più di un* mi* amic* in italia mi ha suggerito di provare a rimpatriare e andare a star da loro. è un pensiero che mi spinge sull’orlo delle lacrime ogni volta che lo formulo, un po’ perché mi fa realizzare quanto sia fortunata ad avere così tante persone che inspiegabilmente mi vogliano bene, un po’ perché mi fa rendere conto di quanto mi senta – cioè, di quanto sia – infinitamente sola qui a ginevra.

connesso a questo senso desolante di solitudine – che penso di aver provato in versione softcore solo ad amsterdam e non c’era una pandemia in corso – c’è anche una sorta di invidia/rancore nei confronti delle persone che si ritrovano isolate con i propri partner/genitori. e quando mi sento dire “ti capisco, stiamo tutti male, siamo tutti da soli”, vorrei urlare che no, non puoi capire quanto male stia io, in una città sconosciuta, esiliata in un airbnb, senza amici e senza parenti. e al contempo odio essere compatita, odio sentirmi dire “non oso immaginare quanto stia soffrendo tu”, perché detesto sapere che l’altra persona provi pietà per me. quindi mi ritrovo senza sapere bene cosa fare e come interagire con tutte le persone a cui tengo e che sono in una situazione più “privilegiata” della mia.

vorrei trascorrere intere giornate a piangere e allo stesso tempo vorrei solo smettere di provare qualunque cosa. vorrei smetterla di credere che il mio dolore sia così unico e speciale, così totalizzante ed incomprensibile per qualsiasi altro essere umano. eppure questi due giorni i secondi sembrano scorrere con il contagocce e non ricordo quanto tempo sia passato da quando ho toccato un altro essere umano – anche solo accidentalmente sfiorato. sento la mancanza di un abbraccio.

quarantine chronicles, #28

il mio corpo sta lentamente andando in shutdown: ho il raffreddore da tre giorni (covid19?), mi sta spuntando un herpes e ho l’impressione che il mio sedere sia diventato più grosso e che le mie smagliature siano aumentate. dormo male. mi sveglio spesso e rimango intontita a fissare il soffitto, mentre mi domando se il mio raffreddore si trasformerà in febbre, se la mia febbre si trasformerà in difficoltà a respirare, se mi ritroverò a dover chiamare un’ambulanza con il mio francese stentato, se diventerò uno di quei numeri degli ospedalizzati – e se non lo dovessi diventare, se comunque dovrò spendere due settimane tra il sonno e la veglia, senza potermi alzare dal letto, senza poter avere mamma che mi prepara il brodino, papà che fa capolino dalla porta per chiedermi come sto e kirillov acciambellato accanto a me. so much per i miei quasi trent’anni.

poi razionalizzo e mi dico che probabilmente è solo un raffreddore e che non ho nessuno dei sintomi descritti del covid19, che ho vissuto lontana da casa e da sola per anni, ho avuto la febbre alta e sono sopravvissuta. la verità è che i miei pensieri rimbalzano come una pallina da flipper – ho semplicemente troppo tempo e troppo spazio per pensare, troppe poche distrazioni e troppa poca forza di volontà per concentrarmi su qualcosa per più di dieci minuti.

quindi riverso parole poco significative qui, nella speranza che farle uscire da quei pochi centimetri cubici occupati dalle mie sinapsi mi regali un po’ di sanità mentale.

la verità è che non sono nemmeno triste. non sono felice. non sono arrabbiata. forse sono un po’ preoccupata e ansiosa, ma non è nemmeno quell’overwhelming feeling che ero abituata a sentire quando l’ansia arrivava. ogni emozione è ovattata. sono rassegnata, annoiata e senza alcuna motivazione. non mi interessa più nulla di nulla.

c’è una mia amica, j., che ha iniziato a bucarsi i lobi delle orecchie da sola – chiaramente senza alcun tipo di materiale ipoallergenico e senza alcuna precauzione. ovviamente l’ho sgridata preoccupata quando me l’ha detto, ma ripensandoci, chi sono io per giudicare? whatever works for you, mate. qualunque cosa ti faccia sentire viva, va bene. non so cosa faccia sentire viva me. pensavo fosse il sexting, ma non lo è. pensavo fosse fare sport, ma non lo è. bevo molto più spesso ultimamente – ho raggiunto un’onorevole media di due bottiglie di vino e mezzo alla settimana – ma mi lascia ancora più vuota. bere senza poter toccare un altro essere umano è un’esperienza ancora più desolante.

a volte mi accarezzo le gambe e mi stringo una mano nell’altra nella patetica speranza di riuscire ad imitare il tocco di un altro essere umano. mi rendo conto di quanto debba sembrare ridicolo visto dall’esterno – ma d’altronde non c’è nessuno che mi guardi, nessuno che mi giudichi.

una nota positiva è la quantità di introspezione che pratico ogni giorno – per ovvie ragioni. sono contenta del mio essere in grado di esprimere come mi sento, di avere meno paura di dare voce ai miei bisogni e ai miei desideri. di essere più selettiva nei confronti dei rapporti che intrattengo.

voglio andare al mare e vorrei essere un pettirosso.

quarantine chronicles, #26

tra le cose più strane che mi saranno successe durante questa quarantena, potrò annoverare l’aver prenotato un monolocale su airbnb a cinque minuti da casa mia qui a ginevra, l’aver fatto su uno zaino ed aver traslocato lì per due settimane.

ci sono una quantità di ragioni per cui ammettere di aver fatto questa cosa a voce alta mi causa angoscia e mi fa vergognare.
la prima ragione è economica. è una sensazione che ho provato spesso nella mia vita – a torto, perché dei modi in cui io spendo i miei soldi non devo rendere conto e ragione proprio a nessuno; eppure ho l’impressione che (alcune del)le persone con cui parlo traggano giudizi sulla mia persona proprio sulla base dei modi in cui spendo i miei soldi.
i miei genitori mi hanno cresciuto con l’idea che i soldi sono importanti, certo, ma mai quanto il proprio benessere psicofisico: se vedere una terapeuta una volta a settimana ti aiuta, fallo; se iscriverti in palestra ti aiuta, fallo; se cambiare città o casa ti aiuta, fallo.
nonostante abbia speso buona parte di questi ventisei giorni mentendo a me stessa e agli altri (“no, ma qui tutto sommato sto bene”), la verità è che non sto bene. avere un viavai di persone in cucina mi preoccupa; dover disinfettare tutte le superfici prima di potermi fare un caffè mi scoccia; dover dormire con i tappi perché ogni sera c’è gente che guarda film o ascolta musica fino alle tre del mattino in salotto è una rottura di cazzo; la sporcizia in bagno mi disturba; le risate sghignazzanti ad ogni ora del giorno e della notte mi impediscono di lavorare. e queste sono cose che mi darebbero fastidio in generale, figuriamoci durante una pandemia.

e qui si passa alla seconda ragione per cui l’aver deciso di spostarmi per due settimane mi causa vergogna. perché la maggior parte delle persone a cui accenno questi problemi mi risponde: “beh, ma non puoi parlarne con loro?”. sì, certo che posso e certo che l’ho già fatto. ma ci sono una serie di circostanze da prendere in considerazione: a) le due tizie che organizzano feste ad ogni ora del giorno e della notte sono amiche e si danno manforte. quindi nella loro visione e narrazione dei fatti condivisa, non stanno facendo nulla di male. sì, ok, invitano gente – ma il governo svizzero permette di riunirsi fino ad un massimo di cinque persone (poi ogni tanto sono sette o otto, ma cosa vuoi che cambi…) – quindi che problema c’è? sì, ok, fanno festa, ma dopo puliscono (“puliscono”). sì, ok, si divertono – e quindi? dovremmo tutti vivere con la perenne angoscia esistenziale della pandemia come la sottoscritta? sì, ok, magari ci beccheremo il covid-19, ma tanto prima o poi ci dovrà capitare, no? e meglio prima che dopo, così sviluppiamo l’immunità e siamo tutti felici; b) sono arrivata a fine febbraio, sono in sub-affitto e non ho né la confidenza, né l’amor proprio necessari per impormi. dire loro “questa cosa non mi sta bene” mi è costato fatica – combattere da sola questa piccola battaglia è frustrante, prosciuga le mie energie mentali e al momento non ne ho abbastanza da poterne devolvere per questa causa; c) odio i litigi, odio vivere in case in cui ci sono situazioni di tensione, odio non sentirmi a mio agio, odio dovermi esporre.

questa mia debolezza, questa mia incapacità di farmi valere è il motivo per cui odio ammettere di aver deciso di affittare un rifugio sicuro per due settimane piuttosto che uscire dalla mia stanza e combattere per i miei diritti. e peggio di questa ammissione, peggio di essere giudicata per il modo in cui spendo i miei soldi, peggio di essere etichettata come debole, c’è solo l’essere compatita. quando le persone a cui ne parlo si dicono dispiaciute, mi sento ancora peggio. è come se all’improvviso fossi diventata la persona a cui si fa riferimento quando bisogna calcolare i propri standard di sofferenza – del tipo “sì, ok, in questa quarantena sto male, ma potrebbe andarmi peggio, potrebbe andarmi come va a benni”. e la cosa più triste è che non ci sarebbe nulla di falso. continuo a rivestire la mia esistenza giornaliera con una patina di bugie e glitter, ripetendomi quanto tutto sommato sia fortunata, cercando dei lati positivi nel mio essere qui a ginevra, in questa casa, piuttosto che altrove – ma sono tutte cazzate. la verità vera è che non voglio soffermarmi a pensare su quanto dovrei stare male in realtà e su quanto poco stia scratching the surface della mia reale condizione, perché altrimenti non so come potrei continuare a tirare avanti ogni giorno.

so che quando tutto questo sarà finito, mi guarderò indietro e realizzerò quanto male stessi effettivamente e quanto poco lo avessi capito. fino ad allora, raccontiamoci che va bene così.

quarantine chronicles, #24

cose e abitudini che ho scoperto mancarmi durante questa quarantena:

  • svegliarmi e controllare il meteo per decidere cosa indossare;
  • incrociare lo sguardo di qualcuno per strada e leggerci qualunque altra emozione che non sia apprensione;
  • l’odore della propria pelle dopo aver speso ore al primo sole primaverile;
  • guardare gli uccellini zampettare sotto i tavoli dei bar all’aperto;
  • camminare a passo svelto perché si è in ritardo ad un appuntamento;
  • qualunque tipo di tocco da parte di qualunque essere umano;
  • urtare le gambe di qualcuno seduto accanto a sé;
  • ridere a crepapelle;
  • l’odore di altri esseri umani – sì, persino l’odore di un bus durante l’ora di punta a fine maggio;
  • controllare i voli più economici per andare da qualunque parte, letteralmente;
  • i baci, gli abbracci, i morsi, il sesso;
  • tenere la porta aperta a qualcuno che sta uscendo dal locale subito dopo di te;
  • lo small talk con altre donne/uomini in fila per il cesso;
  • il primo sorso di un gin tonic quando si è sudati in una discoteca;
  • lamentarsi di chi ai concerti ti balla sudato troppo vicino, versandoti litri di birra sulla maglietta;
  • gli abbracci morbidi di mamma, stringere la mano ruvida di papà;
  • indossare del rossetto;
  • origliare le conversazioni dei tavoli vicino al mio al ristorante.

cose e abitudini che ho scoperto farmi paura durante questa quarantena:

  • non sapere quando tutto ciò finirà;
  • non sapere come sarà quando tutto ciò finirà;
  • non sapere se finirà;
  • le persone che vivono questo periodo stando “bene”;
  • non rivedere persone che non ho visto di recente;
  • non vedere persone che non ho mai visto;
  • non poter andare in posti che non ho mai visitato;
  • non poter ascoltare gruppi/cantanti che non ho mai visto live;
  • non sapere quando potrò tornare a casa;
  • non sapere dove andare quando dovrò lasciare ginevra;
  • non sapere se, quando potrò tornare a casa, vorrò tornare a casa e potenzialmente contagiare i miei genitori;
  • essere un inconsapevole veicolo di infezione per altre persone;
  • la facilità con cui i giorni scorrono;
  • la fatica con cui affronto ogni giorno;
  • la voglia di non svegliarmi più;
  • dover continuare a convivere con la persona che sono;
  • il futuro.

cose e abitudini di/per cui sono grata durante questa quarantena:

  • che mia nonna sia morta prima che tutto questo accadesse;
  • uno stipendio mensile, nonostante tutto;
  • un tetto sopra la testa, nonostante tutto;
  • la primavera, nonostante tutto;
  • il fatto che i miei vivano in una delle province meno colpite in una delle regioni meno colpite;
  • avere abbastanza scorte di antidepressivi;
  • il mio workout pomeridiano;
  • l’alcol;
  • la musica;
  • i libri;
  • i film;
  • le persone con cui parlo;
  • internet;
  • il mio vibratore;
  • di non essere in uk?;
  • di avere meno mental breakdowns che nelle prime settimane.

quarantine chronicles, #21

mi è capitato spesso di chiedere in questi giorni “come te lo stai vivendo questo periodo di quarantena?” ed alcuni mi hanno risposto “benissimo/una favola”. chiaramente molti mi hanno anche risposto – in maniera tristemente più prevedibile – “male/è difficile”, ma questo non ha stemperato la sorpresa che provo quando qualcuno mi dice che tutto sommato va bene, o, addirittura, benissimo. mi chiedo quanto ci sia di denial e quanto ci sia di autentico, eppure non posso fare a meno di invidiare queste schiere di persone che continuano ad essere sereni ed imperturbabili durante un periodo che onestamente io fatico ad inquadrare.

non voglio suonare ingrata, so di essere privilegiata sotto moltissimi aspetti: ho un tetto sopra la testa, ho uno stipendio che continua ad arrivare ogni mese, ho a disposizione i mezzi tecnologici ed informatici per restare in contatto con le persone a cui tengo, vivo in una nazione che – sebbene in modo un po’ incosciente – sta facendo fronte all’emergenza, in un modo o nell’altro. eppure sarebbe falso dire che tutto questo non stia avendo un impatto sul mio modo di percepire gli altri e me stessa, le mie nuove e vecchie abitudini. ripenso a quando potevo uscire a bere un bicchiere di vino con degli amici e gli occhi mi si riempiono di lacrime – giuro. ripenso a quando potevo salire su un aereo e tornare a casa dai miei, a quando potevo prenotare un treno per qualunque destinazione, e mi sembrano ricordi sbiaditi e lontani.

l’isolamento ha alimentato vecchie insicurezze, ma mi ha anche regalato nuove consapevolezze. per esempio, ho capito la radice del mio essere restia nei confronti delle relazioni romantiche e soprattutto nei confronti della monogamia. ho capito perché ho paura di affezionarmi troppo. non ho ancora capito perché dia fiducia così facilmente al prossimo e non ho ancora capito perché continui a raccontare così tante cazzate a me stessa. sto imparando ad accettare che non sempre quello che sento si allinea con quello che vorrei sentire, e tutto sommato va bene così. sto imparando a riconoscere ciò di cui ho bisogno – ma soprattutto sto imparando ad esprimerlo. sto imparando a dire di sì a cose a cui non avrei mai detto di sì, e di no a cose a cui ho detto malvolentieri di sì per troppo tempo.

tutta questa introspezione, tutta questa autoanalisi, basteranno per giustificare l’incredibile crollo psicologico che vivo durante alcuni giorni? mi dimentico di pranzare, mi dimentico di prendere gli antidepressivi e, come tutti, mi dimentico che giorno della settimana sia. preferisco saltare i pasti che andare al supermercato. preferisco fare un’ora di sport in più che uscire dalla mia stanza. non piango nemmeno troppo spesso. ultimamente lascio il mio letto sempre meno. non mi interessa avere una routine, non mi interessa essere produttiva, non mi interessa se sto sprecando giorni o settimane del mio dottorato.

mi piacerebbe ibernarmi.

ma la gente che sta bene, come fa?

quarantine chronicles, #18

mi sono svegliata alle cinque e otto minuti. ho aperto gli occhi e mi sono ritrovata perfettamente sveglia e all’erta, come se non stessi dormendo fino a qualche secondo prima. ho ascoltato il vento sibilare fuori dalla finestra, i rintocchi della campana della chiesa più vicina – di cui non conosco il nome – scandire prima le sei, poi le sette, ho visto una luce flebile filtrare dallo spiraglio della tenda. ho sempre odiato questi risvegli spontanei e irrevocabili; quando ogni singola parte del tuo corpo è troppo irrequieta e tesa per riprendere sonno, ma la tua mente è così esausta da fallire ogni singola attività che non consista nell’osservare gli oggetti intorno a te assumere forme e colori.

ho la netta sensazione che il mio cervello sia in uno status di torpore perenne. quando provo a lavorare, le parole che leggo e i concetti che penso scivolano via come se la mia mente fosse un pannello cosparso di olio; nulla permane, e mi ritrovo a rileggere la stessa frase cinque, dieci, quindici volte. faccio fatica a ricordare cosa trovassi di bello nella filosofia: all’improvviso tutto mi suona pretenzioso, arzigogolato, inutilmente complicato. no, non voglio giocare a chi piscia più lontano e non mi interessa avere ragione così come non mi interessa dimostrare a chicchessia che ha torto. non è tolleranza, è menefreghismo – e non sono sicura che da questa sensazione si possa tornare indietro.

eppure ho una tesi da scrivere, un dottorato da completare ed ogni idea è blanda, debole, stupida, triviale.

avevo grandi aspettative per questo periodo a ginevra. andare tra persone che si occupano delle mie robe, mi ero detta, mi darà lo slancio che mi serve, mi aiuterà a ritrovare la passione perduta, mi ricorderà il fascino infantile che provavo quando un argomento mi svelava profonde verità metafisiche riguardo al mondo e alla coscienza. invece sono chiusa tra queste quattro mura, a leggere parole su fogli virtuali su cose che non capisco – o che non voglio capire. non sono mai stata brava a riattizzare il fuoco della passione una volta estinto, e non ricordo a quando risalga l’ultima volta che abbia letto qualcosa di filosofico che non mi abbia annoiato a morte. forse, più in generale, da qualche anno a questa parte mi annoio estremamente facilmente.

questi pensieri mi spaventano perché non ho trascorso così tanto tempo a desiderare una carriera accademica che non saprei cosa altro volere. questo ribrezzo viscerale che provo nei confronti del mio argomento e della filosofia tutta mi accompagna da mesi ormai e non ho la più pallida idea di come uscirne. è così liberatorio scriverlo, però. sono stanca di fingere che mi piaccia quello che faccio, di entrare a gamba tesa in conversazioni infinitamente noiose durante le conference dinners sulla posizione e sugli argomenti di tizio e di caio, di mostrarmi brillante e sicura di me durante un q&a, quando vorrei solo rinchiudermi nel cubicolo di un cesso e sparire. ma soprattutto sono stanca di parlare con altri ricercatori che si sorprendono quando glisso il discorso ‘phd’, come se ci fosse qualcosa di infinitamente sbagliato in me, come se avessi perso un passaggio fondamentale di questo gioco e adesso fossi da guardare tra il compassionevole e l’imbarazzato, come quel commensale che si lascia scappare una battuta di dubbio gusto durante una cena formale.

mi sono pentita di aver intrapreso un dottorato? no. sono felice di farne uno? nemmeno. avrei delle alternative? non credo. quindi taccio e stringo i denti, fino a quando non potrò cliccare su quel meraviglioso tasto ‘submit’ e dimenticarmi della mia tesi, del mio viva e della perenne sensazione di inadeguatezza che ormai mi si è cucita addosso, come una seconda pelle.