(semi)quarantine chronicles, #30

sono giorni che inizio post che non finisco. è come se stessi cercando di sbrogliare una matassa di pensieri, solo che arrivata a metà perdo il filo e mi tocca ricominciare ogni volta da capo.

vorrei scrivere della rabbia che ho provato per l’omicidio di george floyd, per l’odio verso la società americana — e in generale verso il razzismo sistemico e sistematico, verso trump, verso chi (spesso maschio, bianco, middle class) si permette di dire in che modo le poc dovrebbero esprimere la propria frustrazione, verso chi difende gli sbirri a spada tratta, verso chi è cieco nei confronti di questa società schifosa e corrotta, nei confronti degli abusi di potere — ma soprattutto vorrei scrivere del disprezzo che provo verso chi in questi privilegi ci sguazza e non ha alcuna intenzione di sovvertire lo status quo senza però prendere una posizione [chi tace, chi fa lo gnorri, chi riesce a proseguire con la propria vita senza soffermarsi un attimo a pensare al marcio che ci circonda].

vorrei scrivere della sensazione di incertezza ed instabilità che mi assale quando penso a cosa fare della mia vita a settembre, ma soprattutto quando penso che per la prima volta nella vita sarebbe una decisione che prenderei completamente alla cieca. perché, oltre ai soliti fattori imprevisti e incalcolabili che vanno aggiunti di norma all’equazione, questa volta c’è una pandemia ed un mondo che cambia fin troppo in fretta per far fronte alle emergenze. e quindi mi ritrovo qui a chiedermi a che pro tornare a manchester se non posso andare in ufficio, non posso insegnare vis-à-vis, e se potenzialmente non posso incontrare i miei amici e colleghi in caso di second-wave e di lockdown. non sarebbe meglio tornare a torino, mi dico, la città che sento più casa nel mondo? non sarebbe meglio andarsi a rifugiare in strade conosciute, in scorci familiari, in odori noti?
e al contempo mi chiedo: e se tutto cambiasse nuovamente? e se il covid scomparisse, così com’è spuntato, e tutto riaprisse da una settimana all’altra? se dovessi poi organizzare un nuovo trasloco, in fretta e furia? siamo sicuri di non star facendo l’ennesima scelta sbagliata?

vorrei scrivere dell’errore che ho fatto qualche giorno fa, un po’ per caso e un po’ per masochismo, di andare a rileggere vecchie conversazioni con il mio ex su whatsapp e ho ricordato, con spaventosa lucidità e con pungente chiarezza, le dinamiche tossiche in cui eravamo finiti, il continuo ferirsi e soffrire, l’incapacità di parlarsi senza astio e senza recriminazioni. mi fa paura quello che le persone possono farsi a vicenda, mi spaventa pensare che possano tirare fuori il peggio — sfaccettature di te così brutte che non sapevi nemmeno di avere o di essere, mi terrorizza l’idea di poter venire distorta fino al punto di non riconoscermi più.

e quindi alla fine scrivo di tutto e non scrivo di niente, inconcludente come sempre, insoddisfatta come sempre.

(semi)quarantine chronicles, #12

in italia, in fase due.
sono finalmente (più) serena: sto e sono stata con delle belle persone, ho ritrovato una dimensione di condivisione e le paure ginevrine sono state sostituite da ansie italiane, ben più reali – ma anche ben più semplici da verbalizzare, da capire e da riconoscere.

qui in italia il panico da covid19 è palpabile. in svizzera c’erano sì precauzioni, le strade di ginevra erano meno trafficate del solito e le code fuori dai supermercati davano una sensazione di emergenza, ma la gente continuava a sorridere, a chiacchierare e a gesticolare come se si fosse trattato solo di una piccola parentesi di anormalità – quelle situazioni sì, un po’ spiacevoli e impreviste, ma nulla di cui preoccuparsi davvero.

in italia lo percepisci: annusi l’apprensione come se fosse un odore un po’ stantio e sgradevole. ti rimane sulla pelle, dentro le narici e dentro gli occhi, come quando incroci lo sguardo di un passante tra l’imbarazzato ed il timoroso dietro una mascherina. nei supermercati le persone si dividono dicotomicamente tra quelli che non ti si avvicinerebbero nemmeno per sbaglio – ma sbuffano rumorosamente, in coda dietro di te, mentre pesi la verdura e la frutta – e quelli che ti vengono addosso pur di prendere il prodotto di cui hanno bisogno e che si trova in prossimità del tuo gomito destro.

non nascondo che da quando sono tornata in italia mi sono riappropriata della mia vecchia ipocondria. in svizzera aveva cambiato leggermente sembianze, prendendo le vesti pragmatiche del “ma se mi ammalo qui come faccio? come funziona la sanità? devo pagare? dov’è l’ospedale più vicino? qual è il numero da chiamare?”; in italia è tornata ad essere l’antica ipocondria totalizzante, in cui disseziono ogni mio parametro vitale (battito cardiaco, temperatura, palpazione della parete addominale) in cerca di morbi reali o immaginari.

c’è del confortevole nel tornare in vecchi schemi – per quanto malsani e disfunzionali.