semi-lockdown chronicles, #???

ho ripreso a fare dei sogni molto vividi ed in ognuno degli ultimi tre c’era un fortissimo senso di abbandono, inadeguatezza e ansia (più o meno le tre costanti della mia vita reale). quello che mi ha colpito è che nei miei sogni ad abbandonarmi erano persone che so che non lo farebbero mai nella vita reale — o almeno, non scientemente.

questa pandemia mi sta stancando. non solo ne sono stufa, ma mi sento stanca già appena apro gli occhi al mattino. sto diventando tutt’uno con il divano. sto persino dimenticando come si dialoga. le mie conversazioni dal vivo ho le impressioni che diventino sempre più meta-. ad un certo punto, mentre parlo, mi astraggo da me stessa e mi scruto dall’esterno, non facendo altro che pensare a che pro stia dicendo quello che dico e chiedendomi se non stia parlando troppo o se non stia dicendo un mucchio di cazzate. è come se non sapessi più come si fa ad avere una conversazione che non sia uno scambio di monologhi.

ho l’impressione che niente più conti. che le tempistiche di ogni cosa siano o infinitamente dilatate o infinitamente contratte. che le mie giornate siano un susseguirsi di azioni meccaniche. che anche quando mi sento felice, la felicità sia plastica, un’emozione che sappiamo come abitare perché l’abbiamo già fatto, ma di cui non riconosciamo più i contorni e che non sappiamo più plasmare. anche quando mi sento triste, mi sento triste per molto poco tempo perché tanto non ne vale la pena.

se dovessi elencare le emozioni protagoniste di questo anno di pandemia direi noia e ansia. la noia è come un polipo: tentacolo dopo tentacolo raggiunge ogni anfratto delle tue attività. lavorare, guardare film, scopare, leggere, scrivere, masturbarsi, comprare oggetti inutili, lavarsi, cucinare, mangiare, bere, fumare. tutto diventa all’improvviso incredibilmente noioso e l’unica cosa che puoi fare è fare quello che si fa davanti ad un orso: ci si finge morti.

l’ansia non mi lascia dal 2015, eccetto brevi sprazzi di grazia concessi sporadicamente. quando arriva è come una valanga: può essere il battito cardiaco a riposo di un battito più alto della norma, uno starnuto, può essere un taglietto di cui non ci si era accorti, può essere una mail inaspettata, una telefonata, un inconveniente burocratico, un* amic* che tira pacco all’improvviso. inizia con qualcosa di piccolo, un dettaglio trascurabile per chiunque — eccetto che per te. e quel dettaglio inizia a gonfiarsi e a diventare sempre più monopolizzante ed ossessionante, e le paure smettono di essere timori e diventano certezze, e non sai come distrarti (perché in fondo sai che è tutto frutto di pensieri disfunzionali) perché ogni attività diventa noiosa da far schifo dopo appena cinque secondi e la tua mente ritorna velocemente a qualunque pensiero ossessivo stesse facendo. e allora cambi attività, cercando sollievo in quei cinque secondi di distrazione (che poi inevitabilmente diventano quattro, poi tre, poi due, poi uno — e alla fine nulla ti distrae più e puoi solo, appunto, fingerti morta).

quarantine chronicles, #12

voglio credere che più tempo passa, più semplice diventa. ed in effetti, fino ad un certo punto, è esattamente così. stamattina sono riuscita a lavorare (cioè, leggere, di scrivere qui non se ne parla ancora) per qualche ora, sforzandomi di non aggiornare compulsivamente le statistiche dei morti/infetti da covid-19 nel mondo e in svizzera. inoltre, sono molto felice perché la mia istruttrice preferita terrà il corso di core stability su zoom, stasera, e finalmente posso variare un po’ la mia workout routine.

suona tutto estremamente insignificante quando lo scrivo su questo virtuale foglio bianco, ma questi due piccoli avvenimenti mi fanno sorridere, oggi. forse questo è un piccolo insegnamento che sto traendo da questa quarantena – e che ho ignorato durante gli anni di terapia: gioire dei piccoli traguardi. ok, non sono ancora riuscita a scrivere una frase che sia una, ma sono riuscita a leggere un intero capitolo di un saggio, prendendo appunti e riflettendoci su.

una cosa che sto (re-)imparando a fare è quella di prendere distanza dai miei pensieri. quando ero giovane (leggi: sette anni fa) mi ero messa in testa di voler imparare a gestire la quantità di affetto che avrei devoluto a determinate persone, la quantità di tristezza o rabbia che avrei provato in risposta a determinati atteggiamenti, la quantità di ansia che avrei provato in risposta a determinati avvenimenti. avevo disegnato uno schemino molto carino, annotando le diverse aree cerebrali e relative sostanze biochimiche responsabili delle nostre emozioni – sì, all’epoca ero una hard-core physicalist, ad oggi sospendo il giudizio. e per un periodo aveva funzionato. ogni qualvolta mi ritrovavo ad avvertire le lacrime pizzicarmi gli occhi o lo stomaco in subbuglio, mi ricordavo che era solo un rush ormonale e niente di più, un ammasso di amminoacidi e di organi un po’ birichini, e che nulla di quello che mi stava capitando o che stavo pensando avesse più importanza di così.
(poi dopo due anni ho iniziato a soffrire di attacchi di panico e depressione, so much for my brain).

adesso, senza arrivare a queste estreme velleità giovanili, sto lentamente imparando ad osservare i miei pensieri, le mie emozioni e le mie reazioni: come se fossi una scienziata che ha intrapreso il (noiosissimo et inutilissimo) compito di studiare l’universo benni, disseziono ogni sensazione e pensiero, chiedendomi un po’ il perché e il per come, ma soprattutto quanto ci sia di vero. ci sono pensieri da cui faccio molta fatica a distaccarmi (vedi: pensieri ipocondriaci) e pensieri da cui faccio meno fatica; ci sono emozioni da cui faccio molta fatica a prendere le distanze (vedi: ansia) ed emozioni da cui faccio meno fatica.

ci sono momenti in cui finisco in vecchie spirali ed insicurezze. momenti in cui ho ancora bisogno di trovare validazione in terze parti, in cui faccio fatica a percepire il mio valore quando nessuno ha pronto un cartellino del prezzo da attaccarmi in fronte, in cui mi chiedo se dai miei errori troverò mai redenzione, se smetterò mai di provare questo astio silenzioso nei confronti di tutto ciò che faccio, dico e penso.

non ci sono altrettanti momenti in cui sto bene, ma ci sono momenti di silenzio. momenti in cui il mio cervello mi concede una tregua e mi lascia dimenticare per un po’ chi sono e perché mi detesto. nella speranza di più tregue e meno conflitti a mano armata.