quarantine chronicles, #34

avere qualcosa da aspettare quando i giorni si assomigliano tutti e il tempo sembra non scorrere mai è un po’ una tortura, ma anche una benedizione. il problema è che anche questa attesa, come tutte le attese sperimentate durante questa pandemia, è un’attesa potenzialmente illusoria.

gli aerei vengono soppressi, i lockdowns vengono prorogati, gli eventi vengono cancellati, le persone si allontanano. ho trascorso buona parte di questa pandemia ad aspettare date decise da altri esseri umani o enti governativi, a subire decisioni prese da terzi mentre mi comportavo in modo civicamente impeccabile. nonostante la totale assenza di produttività, nonostante i numerosi mental breakdowns e le strategie dubbie per riempire le mie giornate e nonostante la gallery del mio cellulare non abbia nulla da invidiare a quella di una sex worker un po’ vanitosa, tutto sommato sono abbastanza fiera del modo in cui finora ho gestito una situazione eccezionale in un contesto francamente difficile, in uno stato psicologico già labile.

non ho lavorato né su me stessa né alla mia tesi, non ho eccelso in nessun nuovo hobby (a meno che non si consideri il sexting un hobby), non ho avuto nessuna rivelazione metafisica nei confronti di me stessa, non ho guardato nessuna filmografia, letto nessun classico, ascoltato nessuna discografia. però sono ancora qui, sto respirando (male, perché alla veneranda età di quasi 29 anni mi sono scoperta allergica a qualcosa) e sto resistendo. mangio tutti i giorni, bevo tutti i giorni, faccio sport tutti i giorni. sono felice? no. sto bene? no. penso di poter continuare così ancora a lungo? no.

non c’è nessuna vergogna nel deporre le armi, chiedere aiuto e raggiungere posti più sereni, circondata da persone a cui vuoi bene – nella speranza che entrambi gli aerei decollino, che nessun biglietto venga cancellato, che nessun nuovo decreto impedisca il rientro dei cittadini in italia.

voglio tornare a casa, ovunque essa sia.

– 15?

quarantine chronicles, #26

tra le cose più strane che mi saranno successe durante questa quarantena, potrò annoverare l’aver prenotato un monolocale su airbnb a cinque minuti da casa mia qui a ginevra, l’aver fatto su uno zaino ed aver traslocato lì per due settimane.

ci sono una quantità di ragioni per cui ammettere di aver fatto questa cosa a voce alta mi causa angoscia e mi fa vergognare.
la prima ragione è economica. è una sensazione che ho provato spesso nella mia vita – a torto, perché dei modi in cui io spendo i miei soldi non devo rendere conto e ragione proprio a nessuno; eppure ho l’impressione che (alcune del)le persone con cui parlo traggano giudizi sulla mia persona proprio sulla base dei modi in cui spendo i miei soldi.
i miei genitori mi hanno cresciuto con l’idea che i soldi sono importanti, certo, ma mai quanto il proprio benessere psicofisico: se vedere una terapeuta una volta a settimana ti aiuta, fallo; se iscriverti in palestra ti aiuta, fallo; se cambiare città o casa ti aiuta, fallo.
nonostante abbia speso buona parte di questi ventisei giorni mentendo a me stessa e agli altri (“no, ma qui tutto sommato sto bene”), la verità è che non sto bene. avere un viavai di persone in cucina mi preoccupa; dover disinfettare tutte le superfici prima di potermi fare un caffè mi scoccia; dover dormire con i tappi perché ogni sera c’è gente che guarda film o ascolta musica fino alle tre del mattino in salotto è una rottura di cazzo; la sporcizia in bagno mi disturba; le risate sghignazzanti ad ogni ora del giorno e della notte mi impediscono di lavorare. e queste sono cose che mi darebbero fastidio in generale, figuriamoci durante una pandemia.

e qui si passa alla seconda ragione per cui l’aver deciso di spostarmi per due settimane mi causa vergogna. perché la maggior parte delle persone a cui accenno questi problemi mi risponde: “beh, ma non puoi parlarne con loro?”. sì, certo che posso e certo che l’ho già fatto. ma ci sono una serie di circostanze da prendere in considerazione: a) le due tizie che organizzano feste ad ogni ora del giorno e della notte sono amiche e si danno manforte. quindi nella loro visione e narrazione dei fatti condivisa, non stanno facendo nulla di male. sì, ok, invitano gente – ma il governo svizzero permette di riunirsi fino ad un massimo di cinque persone (poi ogni tanto sono sette o otto, ma cosa vuoi che cambi…) – quindi che problema c’è? sì, ok, fanno festa, ma dopo puliscono (“puliscono”). sì, ok, si divertono – e quindi? dovremmo tutti vivere con la perenne angoscia esistenziale della pandemia come la sottoscritta? sì, ok, magari ci beccheremo il covid-19, ma tanto prima o poi ci dovrà capitare, no? e meglio prima che dopo, così sviluppiamo l’immunità e siamo tutti felici; b) sono arrivata a fine febbraio, sono in sub-affitto e non ho né la confidenza, né l’amor proprio necessari per impormi. dire loro “questa cosa non mi sta bene” mi è costato fatica – combattere da sola questa piccola battaglia è frustrante, prosciuga le mie energie mentali e al momento non ne ho abbastanza da poterne devolvere per questa causa; c) odio i litigi, odio vivere in case in cui ci sono situazioni di tensione, odio non sentirmi a mio agio, odio dovermi esporre.

questa mia debolezza, questa mia incapacità di farmi valere è il motivo per cui odio ammettere di aver deciso di affittare un rifugio sicuro per due settimane piuttosto che uscire dalla mia stanza e combattere per i miei diritti. e peggio di questa ammissione, peggio di essere giudicata per il modo in cui spendo i miei soldi, peggio di essere etichettata come debole, c’è solo l’essere compatita. quando le persone a cui ne parlo si dicono dispiaciute, mi sento ancora peggio. è come se all’improvviso fossi diventata la persona a cui si fa riferimento quando bisogna calcolare i propri standard di sofferenza – del tipo “sì, ok, in questa quarantena sto male, ma potrebbe andarmi peggio, potrebbe andarmi come va a benni”. e la cosa più triste è che non ci sarebbe nulla di falso. continuo a rivestire la mia esistenza giornaliera con una patina di bugie e glitter, ripetendomi quanto tutto sommato sia fortunata, cercando dei lati positivi nel mio essere qui a ginevra, in questa casa, piuttosto che altrove – ma sono tutte cazzate. la verità vera è che non voglio soffermarmi a pensare su quanto dovrei stare male in realtà e su quanto poco stia scratching the surface della mia reale condizione, perché altrimenti non so come potrei continuare a tirare avanti ogni giorno.

so che quando tutto questo sarà finito, mi guarderò indietro e realizzerò quanto male stessi effettivamente e quanto poco lo avessi capito. fino ad allora, raccontiamoci che va bene così.