quarantine chronicles, #41

avrei dovuto scrivere questo post da un’altra casa, da un’altra città, con accanto una persona che avrei voluto avere accanto e invece sono ancora qui a ginevra, con una febbricola che ormai non c’è, un raffreddore fastidioso e la narice sinistra chiusa.

i piani per i miei voli continuano a cambiare (grazie alitalia), facendomi vivere con un perenne senso di precarietà e incertezza. sto cercando di essere comprensiva con me stessa e di dirmi che se ho scelto di non partire ieri – a prescindere da quanto il rischio fosse tangibile di essere bloccata a roma – è stato perché ho ponderato bene il da farsi e ho deciso di non correre rischi né per me, né per le persone intorno a me, né per la persona che mi avrebbe accolto.

il prossimo countdown adesso è schedulato per il trenta aprile. roma, notte in albergo, poi via il primo maggio verso pisa. sono preoccupata, tanto per cambiare, ma cerco di guardare i lati positivi. lascio ginevra un giorno prima; spezzo il viaggio in due; cambio scenario dopo quasi un mese vissuto chiusa in queste quattro mura; per allora il mio raffreddore sarà passato.

stanotte ho fatto un sogno strano.

non tocco il corpo di un altro essere umano da 34 giorni, e la prossima volta che ne toccherò un altro, spero, sarà quando il mio daycount scandirà i 42 giorni. mi ritrovo a respirare in funzione di quell’abbraccio, per quanto possa suonare patetico e melenso. ho dimenticato cosa voglia dire sentire un odore diverso dal proprio, un calore diverso dal proprio, la pressione di un altro corpo, la sensazione di protezione e di sicurezza.

oggi ho rinunciato all’unico impegno accademico che avrei dovuto avere in secoli. il mio dottorato è un completo fallimento. non produco nulla da un mese, continuando a posticipare la mia cosiddetta rinascita accademica a quando sarò più serena, se mai questo momento arriverà.

ho l’impressione di stare deludendo tutti gli esseri umani che fanno o hanno fatto affidamento su di me. deludo i miei supervisors, non riuscendo a lavorare; deludo i miei genitori, continuando a prenotare biglietti per aerei che non riesco o non posso prendere; deludo le persone che mi aspettano, non arrivando; infine, come sempre, deludo me stessa, perché sbaglio sempre, sbaglio tutto e non sono in grado di accantonare le mie ansie e la mia depressione per fare quello che la maggior parte della gente sembra riuscire a fare dopo un mese e passa: sopravvivere attraverso questa pandemia in modo funzionale.

quarantine chronicles, #26

tra le cose più strane che mi saranno successe durante questa quarantena, potrò annoverare l’aver prenotato un monolocale su airbnb a cinque minuti da casa mia qui a ginevra, l’aver fatto su uno zaino ed aver traslocato lì per due settimane.

ci sono una quantità di ragioni per cui ammettere di aver fatto questa cosa a voce alta mi causa angoscia e mi fa vergognare.
la prima ragione è economica. è una sensazione che ho provato spesso nella mia vita – a torto, perché dei modi in cui io spendo i miei soldi non devo rendere conto e ragione proprio a nessuno; eppure ho l’impressione che (alcune del)le persone con cui parlo traggano giudizi sulla mia persona proprio sulla base dei modi in cui spendo i miei soldi.
i miei genitori mi hanno cresciuto con l’idea che i soldi sono importanti, certo, ma mai quanto il proprio benessere psicofisico: se vedere una terapeuta una volta a settimana ti aiuta, fallo; se iscriverti in palestra ti aiuta, fallo; se cambiare città o casa ti aiuta, fallo.
nonostante abbia speso buona parte di questi ventisei giorni mentendo a me stessa e agli altri (“no, ma qui tutto sommato sto bene”), la verità è che non sto bene. avere un viavai di persone in cucina mi preoccupa; dover disinfettare tutte le superfici prima di potermi fare un caffè mi scoccia; dover dormire con i tappi perché ogni sera c’è gente che guarda film o ascolta musica fino alle tre del mattino in salotto è una rottura di cazzo; la sporcizia in bagno mi disturba; le risate sghignazzanti ad ogni ora del giorno e della notte mi impediscono di lavorare. e queste sono cose che mi darebbero fastidio in generale, figuriamoci durante una pandemia.

e qui si passa alla seconda ragione per cui l’aver deciso di spostarmi per due settimane mi causa vergogna. perché la maggior parte delle persone a cui accenno questi problemi mi risponde: “beh, ma non puoi parlarne con loro?”. sì, certo che posso e certo che l’ho già fatto. ma ci sono una serie di circostanze da prendere in considerazione: a) le due tizie che organizzano feste ad ogni ora del giorno e della notte sono amiche e si danno manforte. quindi nella loro visione e narrazione dei fatti condivisa, non stanno facendo nulla di male. sì, ok, invitano gente – ma il governo svizzero permette di riunirsi fino ad un massimo di cinque persone (poi ogni tanto sono sette o otto, ma cosa vuoi che cambi…) – quindi che problema c’è? sì, ok, fanno festa, ma dopo puliscono (“puliscono”). sì, ok, si divertono – e quindi? dovremmo tutti vivere con la perenne angoscia esistenziale della pandemia come la sottoscritta? sì, ok, magari ci beccheremo il covid-19, ma tanto prima o poi ci dovrà capitare, no? e meglio prima che dopo, così sviluppiamo l’immunità e siamo tutti felici; b) sono arrivata a fine febbraio, sono in sub-affitto e non ho né la confidenza, né l’amor proprio necessari per impormi. dire loro “questa cosa non mi sta bene” mi è costato fatica – combattere da sola questa piccola battaglia è frustrante, prosciuga le mie energie mentali e al momento non ne ho abbastanza da poterne devolvere per questa causa; c) odio i litigi, odio vivere in case in cui ci sono situazioni di tensione, odio non sentirmi a mio agio, odio dovermi esporre.

questa mia debolezza, questa mia incapacità di farmi valere è il motivo per cui odio ammettere di aver deciso di affittare un rifugio sicuro per due settimane piuttosto che uscire dalla mia stanza e combattere per i miei diritti. e peggio di questa ammissione, peggio di essere giudicata per il modo in cui spendo i miei soldi, peggio di essere etichettata come debole, c’è solo l’essere compatita. quando le persone a cui ne parlo si dicono dispiaciute, mi sento ancora peggio. è come se all’improvviso fossi diventata la persona a cui si fa riferimento quando bisogna calcolare i propri standard di sofferenza – del tipo “sì, ok, in questa quarantena sto male, ma potrebbe andarmi peggio, potrebbe andarmi come va a benni”. e la cosa più triste è che non ci sarebbe nulla di falso. continuo a rivestire la mia esistenza giornaliera con una patina di bugie e glitter, ripetendomi quanto tutto sommato sia fortunata, cercando dei lati positivi nel mio essere qui a ginevra, in questa casa, piuttosto che altrove – ma sono tutte cazzate. la verità vera è che non voglio soffermarmi a pensare su quanto dovrei stare male in realtà e su quanto poco stia scratching the surface della mia reale condizione, perché altrimenti non so come potrei continuare a tirare avanti ogni giorno.

so che quando tutto questo sarà finito, mi guarderò indietro e realizzerò quanto male stessi effettivamente e quanto poco lo avessi capito. fino ad allora, raccontiamoci che va bene così.

quarantine chronicles, #24

cose e abitudini che ho scoperto mancarmi durante questa quarantena:

  • svegliarmi e controllare il meteo per decidere cosa indossare;
  • incrociare lo sguardo di qualcuno per strada e leggerci qualunque altra emozione che non sia apprensione;
  • l’odore della propria pelle dopo aver speso ore al primo sole primaverile;
  • guardare gli uccellini zampettare sotto i tavoli dei bar all’aperto;
  • camminare a passo svelto perché si è in ritardo ad un appuntamento;
  • qualunque tipo di tocco da parte di qualunque essere umano;
  • urtare le gambe di qualcuno seduto accanto a sé;
  • ridere a crepapelle;
  • l’odore di altri esseri umani – sì, persino l’odore di un bus durante l’ora di punta a fine maggio;
  • controllare i voli più economici per andare da qualunque parte, letteralmente;
  • i baci, gli abbracci, i morsi, il sesso;
  • tenere la porta aperta a qualcuno che sta uscendo dal locale subito dopo di te;
  • lo small talk con altre donne/uomini in fila per il cesso;
  • il primo sorso di un gin tonic quando si è sudati in una discoteca;
  • lamentarsi di chi ai concerti ti balla sudato troppo vicino, versandoti litri di birra sulla maglietta;
  • gli abbracci morbidi di mamma, stringere la mano ruvida di papà;
  • indossare del rossetto;
  • origliare le conversazioni dei tavoli vicino al mio al ristorante.

cose e abitudini che ho scoperto farmi paura durante questa quarantena:

  • non sapere quando tutto ciò finirà;
  • non sapere come sarà quando tutto ciò finirà;
  • non sapere se finirà;
  • le persone che vivono questo periodo stando “bene”;
  • non rivedere persone che non ho visto di recente;
  • non vedere persone che non ho mai visto;
  • non poter andare in posti che non ho mai visitato;
  • non poter ascoltare gruppi/cantanti che non ho mai visto live;
  • non sapere quando potrò tornare a casa;
  • non sapere dove andare quando dovrò lasciare ginevra;
  • non sapere se, quando potrò tornare a casa, vorrò tornare a casa e potenzialmente contagiare i miei genitori;
  • essere un inconsapevole veicolo di infezione per altre persone;
  • la facilità con cui i giorni scorrono;
  • la fatica con cui affronto ogni giorno;
  • la voglia di non svegliarmi più;
  • dover continuare a convivere con la persona che sono;
  • il futuro.

cose e abitudini di/per cui sono grata durante questa quarantena:

  • che mia nonna sia morta prima che tutto questo accadesse;
  • uno stipendio mensile, nonostante tutto;
  • un tetto sopra la testa, nonostante tutto;
  • la primavera, nonostante tutto;
  • il fatto che i miei vivano in una delle province meno colpite in una delle regioni meno colpite;
  • avere abbastanza scorte di antidepressivi;
  • il mio workout pomeridiano;
  • l’alcol;
  • la musica;
  • i libri;
  • i film;
  • le persone con cui parlo;
  • internet;
  • il mio vibratore;
  • di non essere in uk?;
  • di avere meno mental breakdowns che nelle prime settimane.

quarantine chronicles, #9

non so se non ci avessi mai fatto caso o se in effetti è aumentata, ma la quantità di ambulanze che passano a sirene spiegate qui a ginevra in questi ultimi due giorni mi sembra insostenibile. mi dico, potrebbe essere qualunque cosa: qualcuno con un infarto, qualcuno che si è buttato addosso una pentola di acqua bollente. potrebbe addirittura essere una camionetta della polizia o dei vigili del fuoco – non saprei riconoscere le differenti sirene, dopotutto. eppure, una voce dentro di me, continua a sussurrare: “è coronavirus, e la gente intorno a te sta morendo”. sì, ok, un po’ melodrammatica – ma che senso avrebbe fingere che non sia così.

i miei genitori, da questo punto di vista, non aiutano. sebbene di norma siano meno patofobici ed ipocondriaci di me (ricordo distintamente telefonate in cui chiedevo a mia madre se fosse possibile morire avendo per sbaglio ingerito un po’ di sapone per i piatti, non avendo sciacquato bene la tazza di tè, e ricordo la sua reazione, aka risate sguaiate per i successivi quattro minuti), da quando l’emergenza covid-19 è scoppiata mi danno consigli allarmati – ed allarmisti – non sempre collimanti con la realtà dei fatti.
dunque, secondo i miei genitori, dovrei chiedere alle mie coinquiline di fare dei turni per andare in cucina, dovrei chiedere loro di usare solo uno dei due bagni e lasciarne uno esclusivamente per me (!!), dovrei evitare di pranzare o cenare seduta al loro stesso tavolo, e così via. ogni tanto, su skype, esclamano: “è nell’aria!! si muove nell’aria!!”.
e sebbene, da brava ipocondriaca, io tenda comunque a rimanere tumulata in camera – letteralmente – 23 ore su 24*, quelle rare volte che intrattengo una conversazione con una delle mie coinquiline – mentre aspetto che l’acqua del tè bolla, ad esempio – e la persona in questione mi si avvicina ignorando le norme di social distancing, allora mi sento sporca e infetta, e devo correre a lavarmi le mani appena ne ho la possibilità, nutrendo la certezza di aver contratto il temutissimo coronavirus – sebbene nessuna di loro abbia mostrato cenni di infezione (almeno per ora). e nella mia mente immagino telefonate skype con i miei, in cui devo confessare loro di essermi ammalata e ovviamente che sto per essere ricoverata in ospedale, etc. etc. con loro che piangono all’altro capo del monitor e che mormorano “te l’avevamo detto!”. ecco, scenari così, che mi danno talmente tanta ansia da far fatica a respirare – e penso sia coronavirus, e via daccapo.

oggi è una giornata faticosa e non so bene per quale ragione. sto iniziando ad abituarmi all’idea della quarantena, anche se trovare dei ritmi è molto difficile; non riesco a lavorare, perché ogni secondo che trascorro non leggendo o ascoltando le news ho l’impressione che sia un secondo perso. non riesco a guardare un film o leggere un libro per lo stesso motivo. anche quando videochiamo degli amici mi ritrovo ad aggiornare compulsivamente le pagine che forniscono dati, notizie e informazioni in tempo reale, mentre fingo di intrattenere conversazioni spensierate.

sto cercando di darmi un’orizzonte temporale. mi dico: vedrai che a fine marzo i numeri inizieranno a rientrare. vedrai che ad inizio aprile si potrà parlare anche di altro. stringi i denti per ancora due settimane e vedrai che andrà meglio. quanto poi io effettivamente creda a questi orizzonti temporali, decisi in modo totalmente arbitrario, è un altro paio di maniche. ho solo bisogno di credere che presto potremo lasciarci tutto alle spalle, come un brutto sogno.

nel frattempo, anche oggi non vedo l’ora di fare la mia ora di esercizi, nonostante il ciclo, per sudare via le tossine e i brutti pensieri. e non vedo l’ora che sia domani, per riprendere a giocare a d&d e per dimenticarmi, almeno per qualche ora, le terribili vicissitudini del mondo reale.

*l’ora mancante è data dalla somma dei minuti necessari al tragitto camera da letto-bagno/camera da letto-cucina che sono costretta a fare tra le sette e le dodici volte al giorno.