quarantine chronicles, #28

il mio corpo sta lentamente andando in shutdown: ho il raffreddore da tre giorni (covid19?), mi sta spuntando un herpes e ho l’impressione che il mio sedere sia diventato più grosso e che le mie smagliature siano aumentate. dormo male. mi sveglio spesso e rimango intontita a fissare il soffitto, mentre mi domando se il mio raffreddore si trasformerà in febbre, se la mia febbre si trasformerà in difficoltà a respirare, se mi ritroverò a dover chiamare un’ambulanza con il mio francese stentato, se diventerò uno di quei numeri degli ospedalizzati – e se non lo dovessi diventare, se comunque dovrò spendere due settimane tra il sonno e la veglia, senza potermi alzare dal letto, senza poter avere mamma che mi prepara il brodino, papà che fa capolino dalla porta per chiedermi come sto e kirillov acciambellato accanto a me. so much per i miei quasi trent’anni.

poi razionalizzo e mi dico che probabilmente è solo un raffreddore e che non ho nessuno dei sintomi descritti del covid19, che ho vissuto lontana da casa e da sola per anni, ho avuto la febbre alta e sono sopravvissuta. la verità è che i miei pensieri rimbalzano come una pallina da flipper – ho semplicemente troppo tempo e troppo spazio per pensare, troppe poche distrazioni e troppa poca forza di volontà per concentrarmi su qualcosa per più di dieci minuti.

quindi riverso parole poco significative qui, nella speranza che farle uscire da quei pochi centimetri cubici occupati dalle mie sinapsi mi regali un po’ di sanità mentale.

la verità è che non sono nemmeno triste. non sono felice. non sono arrabbiata. forse sono un po’ preoccupata e ansiosa, ma non è nemmeno quell’overwhelming feeling che ero abituata a sentire quando l’ansia arrivava. ogni emozione è ovattata. sono rassegnata, annoiata e senza alcuna motivazione. non mi interessa più nulla di nulla.

c’è una mia amica, j., che ha iniziato a bucarsi i lobi delle orecchie da sola – chiaramente senza alcun tipo di materiale ipoallergenico e senza alcuna precauzione. ovviamente l’ho sgridata preoccupata quando me l’ha detto, ma ripensandoci, chi sono io per giudicare? whatever works for you, mate. qualunque cosa ti faccia sentire viva, va bene. non so cosa faccia sentire viva me. pensavo fosse il sexting, ma non lo è. pensavo fosse fare sport, ma non lo è. bevo molto più spesso ultimamente – ho raggiunto un’onorevole media di due bottiglie di vino e mezzo alla settimana – ma mi lascia ancora più vuota. bere senza poter toccare un altro essere umano è un’esperienza ancora più desolante.

a volte mi accarezzo le gambe e mi stringo una mano nell’altra nella patetica speranza di riuscire ad imitare il tocco di un altro essere umano. mi rendo conto di quanto debba sembrare ridicolo visto dall’esterno – ma d’altronde non c’è nessuno che mi guardi, nessuno che mi giudichi.

una nota positiva è la quantità di introspezione che pratico ogni giorno – per ovvie ragioni. sono contenta del mio essere in grado di esprimere come mi sento, di avere meno paura di dare voce ai miei bisogni e ai miei desideri. di essere più selettiva nei confronti dei rapporti che intrattengo.

voglio andare al mare e vorrei essere un pettirosso.

quarantine chronicles, #18

mi sono svegliata alle cinque e otto minuti. ho aperto gli occhi e mi sono ritrovata perfettamente sveglia e all’erta, come se non stessi dormendo fino a qualche secondo prima. ho ascoltato il vento sibilare fuori dalla finestra, i rintocchi della campana della chiesa più vicina – di cui non conosco il nome – scandire prima le sei, poi le sette, ho visto una luce flebile filtrare dallo spiraglio della tenda. ho sempre odiato questi risvegli spontanei e irrevocabili; quando ogni singola parte del tuo corpo è troppo irrequieta e tesa per riprendere sonno, ma la tua mente è così esausta da fallire ogni singola attività che non consista nell’osservare gli oggetti intorno a te assumere forme e colori.

ho la netta sensazione che il mio cervello sia in uno status di torpore perenne. quando provo a lavorare, le parole che leggo e i concetti che penso scivolano via come se la mia mente fosse un pannello cosparso di olio; nulla permane, e mi ritrovo a rileggere la stessa frase cinque, dieci, quindici volte. faccio fatica a ricordare cosa trovassi di bello nella filosofia: all’improvviso tutto mi suona pretenzioso, arzigogolato, inutilmente complicato. no, non voglio giocare a chi piscia più lontano e non mi interessa avere ragione così come non mi interessa dimostrare a chicchessia che ha torto. non è tolleranza, è menefreghismo – e non sono sicura che da questa sensazione si possa tornare indietro.

eppure ho una tesi da scrivere, un dottorato da completare ed ogni idea è blanda, debole, stupida, triviale.

avevo grandi aspettative per questo periodo a ginevra. andare tra persone che si occupano delle mie robe, mi ero detta, mi darà lo slancio che mi serve, mi aiuterà a ritrovare la passione perduta, mi ricorderà il fascino infantile che provavo quando un argomento mi svelava profonde verità metafisiche riguardo al mondo e alla coscienza. invece sono chiusa tra queste quattro mura, a leggere parole su fogli virtuali su cose che non capisco – o che non voglio capire. non sono mai stata brava a riattizzare il fuoco della passione una volta estinto, e non ricordo a quando risalga l’ultima volta che abbia letto qualcosa di filosofico che non mi abbia annoiato a morte. forse, più in generale, da qualche anno a questa parte mi annoio estremamente facilmente.

questi pensieri mi spaventano perché non ho trascorso così tanto tempo a desiderare una carriera accademica che non saprei cosa altro volere. questo ribrezzo viscerale che provo nei confronti del mio argomento e della filosofia tutta mi accompagna da mesi ormai e non ho la più pallida idea di come uscirne. è così liberatorio scriverlo, però. sono stanca di fingere che mi piaccia quello che faccio, di entrare a gamba tesa in conversazioni infinitamente noiose durante le conference dinners sulla posizione e sugli argomenti di tizio e di caio, di mostrarmi brillante e sicura di me durante un q&a, quando vorrei solo rinchiudermi nel cubicolo di un cesso e sparire. ma soprattutto sono stanca di parlare con altri ricercatori che si sorprendono quando glisso il discorso ‘phd’, come se ci fosse qualcosa di infinitamente sbagliato in me, come se avessi perso un passaggio fondamentale di questo gioco e adesso fossi da guardare tra il compassionevole e l’imbarazzato, come quel commensale che si lascia scappare una battuta di dubbio gusto durante una cena formale.

mi sono pentita di aver intrapreso un dottorato? no. sono felice di farne uno? nemmeno. avrei delle alternative? non credo. quindi taccio e stringo i denti, fino a quando non potrò cliccare su quel meraviglioso tasto ‘submit’ e dimenticarmi della mia tesi, del mio viva e della perenne sensazione di inadeguatezza che ormai mi si è cucita addosso, come una seconda pelle.