(semi)quarantine chronicles, #12

in italia, in fase due.
sono finalmente (più) serena: sto e sono stata con delle belle persone, ho ritrovato una dimensione di condivisione e le paure ginevrine sono state sostituite da ansie italiane, ben più reali – ma anche ben più semplici da verbalizzare, da capire e da riconoscere.

qui in italia il panico da covid19 è palpabile. in svizzera c’erano sì precauzioni, le strade di ginevra erano meno trafficate del solito e le code fuori dai supermercati davano una sensazione di emergenza, ma la gente continuava a sorridere, a chiacchierare e a gesticolare come se si fosse trattato solo di una piccola parentesi di anormalità – quelle situazioni sì, un po’ spiacevoli e impreviste, ma nulla di cui preoccuparsi davvero.

in italia lo percepisci: annusi l’apprensione come se fosse un odore un po’ stantio e sgradevole. ti rimane sulla pelle, dentro le narici e dentro gli occhi, come quando incroci lo sguardo di un passante tra l’imbarazzato ed il timoroso dietro una mascherina. nei supermercati le persone si dividono dicotomicamente tra quelli che non ti si avvicinerebbero nemmeno per sbaglio – ma sbuffano rumorosamente, in coda dietro di te, mentre pesi la verdura e la frutta – e quelli che ti vengono addosso pur di prendere il prodotto di cui hanno bisogno e che si trova in prossimità del tuo gomito destro.

non nascondo che da quando sono tornata in italia mi sono riappropriata della mia vecchia ipocondria. in svizzera aveva cambiato leggermente sembianze, prendendo le vesti pragmatiche del “ma se mi ammalo qui come faccio? come funziona la sanità? devo pagare? dov’è l’ospedale più vicino? qual è il numero da chiamare?”; in italia è tornata ad essere l’antica ipocondria totalizzante, in cui disseziono ogni mio parametro vitale (battito cardiaco, temperatura, palpazione della parete addominale) in cerca di morbi reali o immaginari.

c’è del confortevole nel tornare in vecchi schemi – per quanto malsani e disfunzionali.

quarantine chronicles, #28

il mio corpo sta lentamente andando in shutdown: ho il raffreddore da tre giorni (covid19?), mi sta spuntando un herpes e ho l’impressione che il mio sedere sia diventato più grosso e che le mie smagliature siano aumentate. dormo male. mi sveglio spesso e rimango intontita a fissare il soffitto, mentre mi domando se il mio raffreddore si trasformerà in febbre, se la mia febbre si trasformerà in difficoltà a respirare, se mi ritroverò a dover chiamare un’ambulanza con il mio francese stentato, se diventerò uno di quei numeri degli ospedalizzati – e se non lo dovessi diventare, se comunque dovrò spendere due settimane tra il sonno e la veglia, senza potermi alzare dal letto, senza poter avere mamma che mi prepara il brodino, papà che fa capolino dalla porta per chiedermi come sto e kirillov acciambellato accanto a me. so much per i miei quasi trent’anni.

poi razionalizzo e mi dico che probabilmente è solo un raffreddore e che non ho nessuno dei sintomi descritti del covid19, che ho vissuto lontana da casa e da sola per anni, ho avuto la febbre alta e sono sopravvissuta. la verità è che i miei pensieri rimbalzano come una pallina da flipper – ho semplicemente troppo tempo e troppo spazio per pensare, troppe poche distrazioni e troppa poca forza di volontà per concentrarmi su qualcosa per più di dieci minuti.

quindi riverso parole poco significative qui, nella speranza che farle uscire da quei pochi centimetri cubici occupati dalle mie sinapsi mi regali un po’ di sanità mentale.

la verità è che non sono nemmeno triste. non sono felice. non sono arrabbiata. forse sono un po’ preoccupata e ansiosa, ma non è nemmeno quell’overwhelming feeling che ero abituata a sentire quando l’ansia arrivava. ogni emozione è ovattata. sono rassegnata, annoiata e senza alcuna motivazione. non mi interessa più nulla di nulla.

c’è una mia amica, j., che ha iniziato a bucarsi i lobi delle orecchie da sola – chiaramente senza alcun tipo di materiale ipoallergenico e senza alcuna precauzione. ovviamente l’ho sgridata preoccupata quando me l’ha detto, ma ripensandoci, chi sono io per giudicare? whatever works for you, mate. qualunque cosa ti faccia sentire viva, va bene. non so cosa faccia sentire viva me. pensavo fosse il sexting, ma non lo è. pensavo fosse fare sport, ma non lo è. bevo molto più spesso ultimamente – ho raggiunto un’onorevole media di due bottiglie di vino e mezzo alla settimana – ma mi lascia ancora più vuota. bere senza poter toccare un altro essere umano è un’esperienza ancora più desolante.

a volte mi accarezzo le gambe e mi stringo una mano nell’altra nella patetica speranza di riuscire ad imitare il tocco di un altro essere umano. mi rendo conto di quanto debba sembrare ridicolo visto dall’esterno – ma d’altronde non c’è nessuno che mi guardi, nessuno che mi giudichi.

una nota positiva è la quantità di introspezione che pratico ogni giorno – per ovvie ragioni. sono contenta del mio essere in grado di esprimere come mi sento, di avere meno paura di dare voce ai miei bisogni e ai miei desideri. di essere più selettiva nei confronti dei rapporti che intrattengo.

voglio andare al mare e vorrei essere un pettirosso.

quarantine chronicles, #16

il fatto che il numero accanto al cancelletto aumenti è una magra consolazione. i sogni che faccio diventano sempre più vividi, la mia ossessione nei confronti della mia salute, della situazione intorno a me, dei grafici e delle cifre sempre più intensa. mi sveglio con un dolore al ginocchio e penso sia un menisco lesionato; un’afta sulla gengiva diventa il principio di un ascesso; uno starnuto, ovviamente, covid19. queste piccole ossessioni diventano enormi con il passare dei secondi, dei minuti e delle ore e il fatto di non avere distrazioni “tangibili” rende fin troppo facile ricascarci.

ieri parlavo al telefono con a. che mi diceva che vuole vedere questo lockdown come un’occasione di self-growth: imparare a distanziarsi dalle persone tossiche senza ricorrere all’infinità di attività a cui in tempi non sospetti possiamo ricorrere, come uscire, vedere gente, andare in ufficio, andare in palestra e così via. mi ha detto che è un’occasione più unica che rara per entrare in contatto con se stessi, i propri bisogni e con le proprie necessità. imparare non solo a riconoscerli, ma anche a dar loro voce. ammiro molto a. e la sua risoluzione, la sua capacità di introspezione e il suo essere propositiva. le ho risposto che è già tanto se io alla fine di questa quarantena ci arrivo viva.

perché sì, il tempo scorre, ma a che costo? mi sento intrappolata nella mia testa con dei mostri che non so sconfiggere, ma con cui non so convivere. c’è stato questo momento stamattina, un brevissimo momento di pura serenità. saranno stati una manciata di secondi: mi stavo svegliando ed ero lì, sospesa tra l’incoscienza del sonno e la lenta presa di consapevolezza del mio corpo e mi sono sentita bene. ho proprio pensato: sto così bene. ovviamente poi ho cambiato posizione e ho preso coscienza del nuovo dolore al mio ginocchio sinistro e l’irrevocabile certezza che dovessi rinunciare all’unica cosa che mi sta mantenendo limitatamente sana, leggi workout ogni giorno, mi ha colpito come un pugno nello stomaco.

perché il problema alla fine sta qui: nello scorrere del tempo. io ho sempre odiato aspettare. non ho mai imparato ad essere paziente. perché restare seduti, con le mani in mano, quando esistono infinite possibilità pronte per essere raccolte?

non riesco a lavorare, non riesco a pensare lucidamente e non riesco a gestire la mia ansia. anche oggi è un giorno no.

quarantine chronicles, #9

non so se non ci avessi mai fatto caso o se in effetti è aumentata, ma la quantità di ambulanze che passano a sirene spiegate qui a ginevra in questi ultimi due giorni mi sembra insostenibile. mi dico, potrebbe essere qualunque cosa: qualcuno con un infarto, qualcuno che si è buttato addosso una pentola di acqua bollente. potrebbe addirittura essere una camionetta della polizia o dei vigili del fuoco – non saprei riconoscere le differenti sirene, dopotutto. eppure, una voce dentro di me, continua a sussurrare: “è coronavirus, e la gente intorno a te sta morendo”. sì, ok, un po’ melodrammatica – ma che senso avrebbe fingere che non sia così.

i miei genitori, da questo punto di vista, non aiutano. sebbene di norma siano meno patofobici ed ipocondriaci di me (ricordo distintamente telefonate in cui chiedevo a mia madre se fosse possibile morire avendo per sbaglio ingerito un po’ di sapone per i piatti, non avendo sciacquato bene la tazza di tè, e ricordo la sua reazione, aka risate sguaiate per i successivi quattro minuti), da quando l’emergenza covid-19 è scoppiata mi danno consigli allarmati – ed allarmisti – non sempre collimanti con la realtà dei fatti.
dunque, secondo i miei genitori, dovrei chiedere alle mie coinquiline di fare dei turni per andare in cucina, dovrei chiedere loro di usare solo uno dei due bagni e lasciarne uno esclusivamente per me (!!), dovrei evitare di pranzare o cenare seduta al loro stesso tavolo, e così via. ogni tanto, su skype, esclamano: “è nell’aria!! si muove nell’aria!!”.
e sebbene, da brava ipocondriaca, io tenda comunque a rimanere tumulata in camera – letteralmente – 23 ore su 24*, quelle rare volte che intrattengo una conversazione con una delle mie coinquiline – mentre aspetto che l’acqua del tè bolla, ad esempio – e la persona in questione mi si avvicina ignorando le norme di social distancing, allora mi sento sporca e infetta, e devo correre a lavarmi le mani appena ne ho la possibilità, nutrendo la certezza di aver contratto il temutissimo coronavirus – sebbene nessuna di loro abbia mostrato cenni di infezione (almeno per ora). e nella mia mente immagino telefonate skype con i miei, in cui devo confessare loro di essermi ammalata e ovviamente che sto per essere ricoverata in ospedale, etc. etc. con loro che piangono all’altro capo del monitor e che mormorano “te l’avevamo detto!”. ecco, scenari così, che mi danno talmente tanta ansia da far fatica a respirare – e penso sia coronavirus, e via daccapo.

oggi è una giornata faticosa e non so bene per quale ragione. sto iniziando ad abituarmi all’idea della quarantena, anche se trovare dei ritmi è molto difficile; non riesco a lavorare, perché ogni secondo che trascorro non leggendo o ascoltando le news ho l’impressione che sia un secondo perso. non riesco a guardare un film o leggere un libro per lo stesso motivo. anche quando videochiamo degli amici mi ritrovo ad aggiornare compulsivamente le pagine che forniscono dati, notizie e informazioni in tempo reale, mentre fingo di intrattenere conversazioni spensierate.

sto cercando di darmi un’orizzonte temporale. mi dico: vedrai che a fine marzo i numeri inizieranno a rientrare. vedrai che ad inizio aprile si potrà parlare anche di altro. stringi i denti per ancora due settimane e vedrai che andrà meglio. quanto poi io effettivamente creda a questi orizzonti temporali, decisi in modo totalmente arbitrario, è un altro paio di maniche. ho solo bisogno di credere che presto potremo lasciarci tutto alle spalle, come un brutto sogno.

nel frattempo, anche oggi non vedo l’ora di fare la mia ora di esercizi, nonostante il ciclo, per sudare via le tossine e i brutti pensieri. e non vedo l’ora che sia domani, per riprendere a giocare a d&d e per dimenticarmi, almeno per qualche ora, le terribili vicissitudini del mondo reale.

*l’ora mancante è data dalla somma dei minuti necessari al tragitto camera da letto-bagno/camera da letto-cucina che sono costretta a fare tra le sette e le dodici volte al giorno.