quarantine chronicles, #?

ho un po’ perso il conto dei giorni e non ho voglia di fingere che non sia così.

all’improvviso è di nuovo marzo, eppure non è di nuovo marzo. vivo in una casa in cui sto bene, in una città che conosco. non è ginevra, non è l’incertezza, non è la solitudine, non è la paura. ci sono dei ruoli vacanti e dei ruoli che sono stati assegnati. ci sono delle mancanze che non so bene se sono riuscita a colmare e delle mancanze che non voglio colmare.

ci sono un sacco di cose che non sono mai stata capace di fare bene. i lavori manuali, ad esempio. non ho senso estetico. non ho mai saputo fare la spaccata. non ho mai saputo ballare. non ho mai imparato a suonare la chitarra. non ho mai capito la matematica. non sono capace di perdonare o di perdonarmi.

ci sono delle scatole che io terrei ben chiuse ermeticamente, doppio strato di nastro marrone da pacchi, nascoste sotto al letto. me ne dimenticherei pure se potessi. e per la maggior parte del tempo in effetti posso e lo faccio, anche bene. il problema è che il venerdì, quando vado dal terapeuta, mi tocca chinarmi, tirarle fuori e pazientemente liberarle del solido sigillo che ho impiegato due anni e mezzo a fabbricare.

odio ogni momento di quel processo perché mi sembra di non trovarne il senso. c’è una grossissima parte di me che vorrebbe fare spallucce e tornare a dimenticarsene, tornare ad ignorarle, rintanarsi nel proprio oblio così faticosamente costruito. mi sembra che però nonostante i miei tentativi di farle affondare giù, giù, giù, ritornano a galla, come un cadavere.

e quindi, alla fine della fiera, che posso fare se non spacchettarle e cominciare a tirarne fuori il contenuto, ricordo dopo ricordo, vicissitudine dopo vicissitudine?

che fatica.

(semi)quarantine chronicles, #30

sono giorni che inizio post che non finisco. è come se stessi cercando di sbrogliare una matassa di pensieri, solo che arrivata a metà perdo il filo e mi tocca ricominciare ogni volta da capo.

vorrei scrivere della rabbia che ho provato per l’omicidio di george floyd, per l’odio verso la società americana — e in generale verso il razzismo sistemico e sistematico, verso trump, verso chi (spesso maschio, bianco, middle class) si permette di dire in che modo le poc dovrebbero esprimere la propria frustrazione, verso chi difende gli sbirri a spada tratta, verso chi è cieco nei confronti di questa società schifosa e corrotta, nei confronti degli abusi di potere — ma soprattutto vorrei scrivere del disprezzo che provo verso chi in questi privilegi ci sguazza e non ha alcuna intenzione di sovvertire lo status quo senza però prendere una posizione [chi tace, chi fa lo gnorri, chi riesce a proseguire con la propria vita senza soffermarsi un attimo a pensare al marcio che ci circonda].

vorrei scrivere della sensazione di incertezza ed instabilità che mi assale quando penso a cosa fare della mia vita a settembre, ma soprattutto quando penso che per la prima volta nella vita sarebbe una decisione che prenderei completamente alla cieca. perché, oltre ai soliti fattori imprevisti e incalcolabili che vanno aggiunti di norma all’equazione, questa volta c’è una pandemia ed un mondo che cambia fin troppo in fretta per far fronte alle emergenze. e quindi mi ritrovo qui a chiedermi a che pro tornare a manchester se non posso andare in ufficio, non posso insegnare vis-à-vis, e se potenzialmente non posso incontrare i miei amici e colleghi in caso di second-wave e di lockdown. non sarebbe meglio tornare a torino, mi dico, la città che sento più casa nel mondo? non sarebbe meglio andarsi a rifugiare in strade conosciute, in scorci familiari, in odori noti?
e al contempo mi chiedo: e se tutto cambiasse nuovamente? e se il covid scomparisse, così com’è spuntato, e tutto riaprisse da una settimana all’altra? se dovessi poi organizzare un nuovo trasloco, in fretta e furia? siamo sicuri di non star facendo l’ennesima scelta sbagliata?

vorrei scrivere dell’errore che ho fatto qualche giorno fa, un po’ per caso e un po’ per masochismo, di andare a rileggere vecchie conversazioni con il mio ex su whatsapp e ho ricordato, con spaventosa lucidità e con pungente chiarezza, le dinamiche tossiche in cui eravamo finiti, il continuo ferirsi e soffrire, l’incapacità di parlarsi senza astio e senza recriminazioni. mi fa paura quello che le persone possono farsi a vicenda, mi spaventa pensare che possano tirare fuori il peggio — sfaccettature di te così brutte che non sapevi nemmeno di avere o di essere, mi terrorizza l’idea di poter venire distorta fino al punto di non riconoscermi più.

e quindi alla fine scrivo di tutto e non scrivo di niente, inconcludente come sempre, insoddisfatta come sempre.