ordinary life chronicles #20

quando qualcuno mi chiede perché sia depressa, mi sorprendo sempre; credo che la vera domanda sia perché non si è depressi – soprattutto dopo un anno come questo qui. se già prima le prospettive erano tutto fuorché rosee, adesso le descriverei grigio topo. in accademia ci saranno dei tagli causate dal calo di iscrizioni di studenti internazionali (leggi: prima fonte di guadagno delle uni in uk); l’economia è ovunque in caduta libera; la disoccupazione sta raggiungendo picchi stupefacenti; la routine di tutti i giorni è cambiata: la burocrazia è diventata più arzigogolata di prima, l’accesso alle cure ospedaliere è sempre più ristretto, viaggiare è e rimarrà complicato per un bel po’. nella fattispecie, le conferenze sono annullate, i workshop cancellati, il mio ufficio rimarrà chiuso – e la qualità del mio lavoro rimarrà di conseguenza mediocre.

probabilmente sarei stata depressa anche senza covid19, sia chiaro, ma queste contingenze hanno un ulteriore impatto sulla mia salute mentale – tale da rendere auto-evidente la risposta al ‘perché sei depressa’.
come se la depressione dovesse avere una causa specifica e riconoscibile, poi. un po’ come chiedere a qualcuno perché soffre di ipertensione. il punto è che il perché della depressione non riguarda solo le cause cliniche – sarebbe bello poter svicolare da questa domanda adducendo come motivazione un banale deficit di sostanze biochimiche. no, la gente vorrebbe sentirsi dare ragioni che può comprendere, tipo che ne so, sono depressa perché mi è morto il gatto (o perché il mio lavoro fa schifo o perché hanno diagnosticato un morbo incurabile a mia madre). la realtà è che nel mio caso nulla di tutto questo è vero, eppure la depressione è palpabile, tangibile, reale e ogni mattina, quando apro gli occhi, mi chiedo perché mi tocchi vivere ancora un giorno in più.

da quando sono dimagrita alcune persone mi parlano in maniera diversa, ascoltano le mie opinioni in maniera diversa e mi danno ragione più facilmente. come se, adesso che sono diventata “appetibile”, allora anche le mie opinioni siano diventate più vere e più meritevoli di credibilità. lo trovo infinitamente triste e squallido.
ultimamente, nel mio piccolo, cerco di fare attivismo. cerco di additare istanze e contraddizioni del patriarcato e cerco di sensibilizzare i miei amici siciliani – che non hanno mai letto un saggio femminista e che non hanno ricevuto un’educazione scevra da sessismo (come anche la sottoscritta del resto) – alle tematiche del femminismo.
al contempo, cerco di non aggredire i sessantenni che mi fissano il culo quando passo davanti al loro tavolo al bar, di non graffiare con le chiavi di casa la fiancata del tamarro che mi fischia in macchina, di non urlare quando ascolto commenti sessisti su come le donne dovrebbero vestirsi o atteggiarsi.

cerco di coniugare tutto questo con una mia educazione al femminismo e all’anti-razzismo, con il tentativo di smantellare retaggi sessisti che ogni tanto continuano a farmi pop in mente, con dei commenti silenziosi su tizio o tizia che mi rendo conto nascondere venature non solo grassofobiche, ma anche razziste. è un lavoro faticoso ma soddisfacente, anche se ogni giorno mi rendo sempre più conto di quanto siano profonde le radici di certe credenze.

il mio più grande desiderio, al momento, è di sparire per quarantotto ore. spegnere il cellulare e il pc, rendermi completamente irrintracciabile e irraggiungibile. poter vivere due giorni senza l’ansia di dover rispondere a chiamate, mail e messaggi, senza dover sopportare la pressione sociale, senza dover interagire o interloquire con chicchessia. e magari lo faccio pure.

ordinary life chronicles #3

il sierologico era negativo.
non spenderò parole su quanto sperassi fosse positivo e di essere una delle fortunate paucisintomatiche che potesse lasciarsi l’ansia del covid19 alle spalle.

di buono c’è che sono tornata alla normalità: ho rivisto i miei genitori dopo sei mesi, ho rivisto i miei amici, ho rivisto i miei gatti. questa estate modicana non mi spaventa più — o almeno, non così tanto. vorrei solo poter andare al mare.

quello che mi spaventa è il fatto che abbia perso la capacità di capirmi, di nuovo.
a volte non so cosa voglio. altre volte lo so, ma sono incapace di dirlo a voce alta. altre volte ancora mi sembra che l’unica soluzione sia recidere di netto un tot di rapporti tossici che continuo ad intrattenere e di cui non riesco a sbarazzarmi – ma ovviamente fallisco prima ancora di provarci – e ancora, non so se non riesca a sbarazzarmene perché in fondo non voglia, perché abbia paura di farlo o perché il gioco non ne valga la candela.

vorrei tornare a vedere una terapeuta.

(pensavo che in tutti questi anni di parole imbottigliate avessi finalmente imparato a dire “no”, “questo non mi sta bene”, “hai torto”; invece, a quasi trent’anni, sono ancora qui a dire sommessamente “ok” a cose e a persone che mi fanno venire voglia di lanciare il cellulare contro il muro.)

quarantine chronicles, #52

stessa quarantena, regione diversa.

sono tornata alla mia routine fatta di lavoro, cibo, lavoro, workout, cibo, netflix, sonno. rinse. repeat.

va bene così.

spesso mi sveglio triste.

ho ripreso a scrivere poesie brutte.

a volte dormo dopo pranzo, altre volte mi masturbo.

sento i miei tre o quattro volte al giorno. ieri ho visto papà dallo spioncino del portone di casa lasciarmi la spesa sul pianerottolo.

mamma mi ha comprato del gelato.

ho fatto shopping online compulsivamente.

ho smesso di fumare (di nuovo).

mangio troppo rispetto alle calorie che brucio.

sto letteralmente consumando una serie su amazon prime [little fires everywhere, nda].

l’idea di stare qui per (almeno) un altro mese e mezzo mi spaventa. vorrei potermi addormentare e risvegliarmi ad agosto.

quando smetteranno i giorni di essere tutti uguali?