ordinary life chronicles, #45

è incredibile quanto passi in fretta il tempo quando si regredisce ad uno stato semi-larvale. in questo (quasi) mese non ho fatto niente; ho cercato di pensare, interagire e comunicare il meno possibile — sia con me stessa, che con il mondo circostante. è un modo come un altro di restare a galla, forse uno dei meno impegnativi e dolorosi scoperti finora.

non sono pronta ad interrompere questo intermezzo catatonico, sebbene sia tornata al lavoro da una settimana e sebbene mi renda conto di quanto alla lunga possa diventare un atteggiamento malsano. ad ogni mail che ricevo reagisco con fastidio, ad ogni burocratico tentativo di normalità reagisco con astio e alla sola idea che si debba tornare a fare seminari su zoom ho un rigurgito di insofferenza.

continuo a malsopportare tutto quello che faccio, leggo e scrivo, ma con una punta di disgusto in meno. una settimana di vacanza era ciò di cui avevo bisogno. una settimana in cui ho riso tanto, sempre per le stesse cose stupide e con le stesse persone; una settimana in cui mi sono sentita libera di essere, dire e fare qualunque cosa volessi; una settimana in cui mi sono sentita al sicuro — da cosa, poi, e da chi?; una settimana in cui non ho dovuto rendere conto letteralmente a nessuno di cosa facessi, dove andassi, quando tornassi, perché lo facessi.

una settimana che forse, se volessimo, potrebbe durare di più?

(semi)quarantine chronicles, #37

sono quarantaquattro giorni che non rimango da sola in una casa – o addirittura in una stanza – per più di tre ore. una volta questa condizione mi avrebbe fatto perdere il senno solo a pensarci, adesso invece l’immaginarmi da sola mi spaventa. di conseguenza, l’idea di tornare in sicilia tra undici giorni (con tutto quello che comporta) mi rende ansiosa e triste.

non è che abbia smesso di apprezzare la solitudine, è solo che penso di averne fatto indigestione durante i primi due mesi di questo lockdown; e sebbene forse quattrodici giorni in auto-isolamento lontano dai miei siano la soluzione migliore per tutti (da un punto di vista sanitario ma soprattutto psicologico), se dicessi che la prospettiva mi alletta sarebbe una bugia.

non so se sia un segno della mia inesorabile vecchiaia, ma sentirmi apolide inizia a pesarmi. vorrei poter avere in mente un luogo quando penso alla parola ‘casa’. un’idea di sicurezza, una routine ben definita, degli affetti intorno, degli oggetti conosciuti, dei piccoli rituali. invece alla fine mi ritrovo sballottata a destra e sinistra, con delle routine provvisorie e delle abitudini destinate a cambiare ogni paio di mesi. penso sia questo quello che più mi manca di manchester, nonostante il tempo di merda e nonostante la noia di certe giornate: andare in ufficio ogni mattina, fare pranzo con i miei colleghi, chiedere a je. cosa ha cucinato la sera prima, prendere in giro d., costringere jo. a subire i miei tentativi di abbracci, ascoltare le battute taglienti di c. e le riflessioni sul femminismo di a. mi mancano tutti, molto; e mi manca ancora di più pensarli tutti lì, in quel palazzone brutto (“originariamente era stato progettato come prigione”, mi ha detto una volta il mio supervisor). fino a qualche mese fa il nostro unico problema erano gli studenti che riscaldavano il pesce nel nostro microonde appestando l’intero dipartimento, e adesso quel microonde chissà quando e se tornerà in funzione. (il fatto che mi manchi perfino un elettrodomestico la dice lunga su quali livelli di sentimentalismo abbia raggiunto durante questa pandemia).

scegliendo l’accademia ho scelto il precariato (lavorativo ed esistenziale), ma non mi avevano mai detto che una pandemia sarebbe stata inclusa nel contratto.

(semi)quarantine chronicles, #20

sebbene sia in una città che non mi appartiene, in una casa che non mi appartiene, in una realtà che non mi appartiene, tutto è permeato di una serenità che non provavo da tanto tempo. se chiamiamo ‘casa’ i posti dove ci sentiamo amati, allora sono a casa. le case sono fatte dalle persone, meno dai luoghi, in fondo.

ho ripreso a lavorare, a leggere, ma soprattutto ad apprezzare le cose che leggo. quel macigno che mi pesava sul petto all’idea di far filosofia sembra essersi alleggerito; non del tutto, non completamente, ma adesso pesa sempre meno ed è diventato più semplice perdersi tra i paragrafi dei papers. questo mi rassicura e mi rasserena.

in concomitanza con questa serenità lavorativa, un altro tipo di angoscia (consapevolezza?) sottile – ma non necessariamente del tutto negativa – ha iniziato a farsi strada in me circa le relazioni romantiche. se da una parte ho realizzato di aver più bisogno di una (o più) persona(e) accanto di quanto sospettassi, dall’altra ho scoperto la facilità con cui riesco ad allontanarmene quando razionalmente i motivi per averne bisogno vengono a cadere. più di questo – e peggio di questo – ho bisogno delle persone solo quando esse hanno bisogno di me; nel momento in cui cesso di sentirmi necessaria, anche la mia necessità di averle accanto smette di sussistere. è un meccanismo di autodifesa? è essere volubile? è – ancora una volta – la mia sindrome da crocerossina?

ci ragionavo qualche tempo fa, e suona un po’ come la sindrome di munchausen by proxy (senza le conseguenze ultra creepy che quella comporta): ho bisogno di sentirmi necessaria, per dare validazione alla mia esistenza e per convincermi che, in fondo, non sia del tutto da buttare via. mi ritrovo ad espiare colpe reali o presunte sobbarcandomi la sofferenza altrui e trovando una perversa forma di soddisfazione nell’essere una pura stampella – da prendere ed abbandonare quando diventa inutile – per il benessere degli altri. quindi quando gli altri hanno bisogno di me mi dico che sono utile e interessante, quando si emancipano da questo rapporto di necessità mi dico che in fondo non ci avevo mai investito davvero.

non so se si sia rotto qualcosa in me dalla mia ultima relazione o se avessi sempre avuto questo nichilistico buco nero – un qualcosa che inghiotte, mastica e annienta ogni parvenza di sentimento appena più profondo, appena più impegnativo, appena più rischioso; non ho paura di soffrire, ho solo paura che non ne valga mai la pena. di ritrovarmi con meno certezze di quando è iniziata.

la verità vera è che non ho mai davvero capito se valgo qualcosa, e se sì, quanto. è comodo farsi incollare un prezzo in testa da chicchessia e vivere secondo quegli standard; è difficile credere che, indipendentemente dal pensiero altrui, il proprio valore rimanga immutato.

ancora più facile è stato vivere durante la quarantena come se fossi un corpo gettato tra altri corpi, come se non avessi altro valore oltre alle mie tette o al mio culo. (con questo non voglio dire che le mie tette non valgano nulla, sia chiaro, le trovo molto carine – ma solamente che quando il valore è assegnato a qualcosa di pubblico e visibile come un corpo, è molto più difficile sbagliarsi). infine, quando il tuo valore è definito dal tuo corpo, puoi anche smettere di pensare e di parlare. una volta credevo che la parte migliore di me fosse il mio cervello – anche perché ero più grassottella e non sapevo che esistesse una cosa chiamata ‘body positivity’; alla veneranda età di (quasi) ventinove anni, penso che la parte migliore di me siano le mie tette, e tanto mi basta. so much for my phd in filosofia.

quarantine chronicles, #21

mi è capitato spesso di chiedere in questi giorni “come te lo stai vivendo questo periodo di quarantena?” ed alcuni mi hanno risposto “benissimo/una favola”. chiaramente molti mi hanno anche risposto – in maniera tristemente più prevedibile – “male/è difficile”, ma questo non ha stemperato la sorpresa che provo quando qualcuno mi dice che tutto sommato va bene, o, addirittura, benissimo. mi chiedo quanto ci sia di denial e quanto ci sia di autentico, eppure non posso fare a meno di invidiare queste schiere di persone che continuano ad essere sereni ed imperturbabili durante un periodo che onestamente io fatico ad inquadrare.

non voglio suonare ingrata, so di essere privilegiata sotto moltissimi aspetti: ho un tetto sopra la testa, ho uno stipendio che continua ad arrivare ogni mese, ho a disposizione i mezzi tecnologici ed informatici per restare in contatto con le persone a cui tengo, vivo in una nazione che – sebbene in modo un po’ incosciente – sta facendo fronte all’emergenza, in un modo o nell’altro. eppure sarebbe falso dire che tutto questo non stia avendo un impatto sul mio modo di percepire gli altri e me stessa, le mie nuove e vecchie abitudini. ripenso a quando potevo uscire a bere un bicchiere di vino con degli amici e gli occhi mi si riempiono di lacrime – giuro. ripenso a quando potevo salire su un aereo e tornare a casa dai miei, a quando potevo prenotare un treno per qualunque destinazione, e mi sembrano ricordi sbiaditi e lontani.

l’isolamento ha alimentato vecchie insicurezze, ma mi ha anche regalato nuove consapevolezze. per esempio, ho capito la radice del mio essere restia nei confronti delle relazioni romantiche e soprattutto nei confronti della monogamia. ho capito perché ho paura di affezionarmi troppo. non ho ancora capito perché dia fiducia così facilmente al prossimo e non ho ancora capito perché continui a raccontare così tante cazzate a me stessa. sto imparando ad accettare che non sempre quello che sento si allinea con quello che vorrei sentire, e tutto sommato va bene così. sto imparando a riconoscere ciò di cui ho bisogno – ma soprattutto sto imparando ad esprimerlo. sto imparando a dire di sì a cose a cui non avrei mai detto di sì, e di no a cose a cui ho detto malvolentieri di sì per troppo tempo.

tutta questa introspezione, tutta questa autoanalisi, basteranno per giustificare l’incredibile crollo psicologico che vivo durante alcuni giorni? mi dimentico di pranzare, mi dimentico di prendere gli antidepressivi e, come tutti, mi dimentico che giorno della settimana sia. preferisco saltare i pasti che andare al supermercato. preferisco fare un’ora di sport in più che uscire dalla mia stanza. non piango nemmeno troppo spesso. ultimamente lascio il mio letto sempre meno. non mi interessa avere una routine, non mi interessa essere produttiva, non mi interessa se sto sprecando giorni o settimane del mio dottorato.

mi piacerebbe ibernarmi.

ma la gente che sta bene, come fa?

quarantine chronicles, #18

mi sono svegliata alle cinque e otto minuti. ho aperto gli occhi e mi sono ritrovata perfettamente sveglia e all’erta, come se non stessi dormendo fino a qualche secondo prima. ho ascoltato il vento sibilare fuori dalla finestra, i rintocchi della campana della chiesa più vicina – di cui non conosco il nome – scandire prima le sei, poi le sette, ho visto una luce flebile filtrare dallo spiraglio della tenda. ho sempre odiato questi risvegli spontanei e irrevocabili; quando ogni singola parte del tuo corpo è troppo irrequieta e tesa per riprendere sonno, ma la tua mente è così esausta da fallire ogni singola attività che non consista nell’osservare gli oggetti intorno a te assumere forme e colori.

ho la netta sensazione che il mio cervello sia in uno status di torpore perenne. quando provo a lavorare, le parole che leggo e i concetti che penso scivolano via come se la mia mente fosse un pannello cosparso di olio; nulla permane, e mi ritrovo a rileggere la stessa frase cinque, dieci, quindici volte. faccio fatica a ricordare cosa trovassi di bello nella filosofia: all’improvviso tutto mi suona pretenzioso, arzigogolato, inutilmente complicato. no, non voglio giocare a chi piscia più lontano e non mi interessa avere ragione così come non mi interessa dimostrare a chicchessia che ha torto. non è tolleranza, è menefreghismo – e non sono sicura che da questa sensazione si possa tornare indietro.

eppure ho una tesi da scrivere, un dottorato da completare ed ogni idea è blanda, debole, stupida, triviale.

avevo grandi aspettative per questo periodo a ginevra. andare tra persone che si occupano delle mie robe, mi ero detta, mi darà lo slancio che mi serve, mi aiuterà a ritrovare la passione perduta, mi ricorderà il fascino infantile che provavo quando un argomento mi svelava profonde verità metafisiche riguardo al mondo e alla coscienza. invece sono chiusa tra queste quattro mura, a leggere parole su fogli virtuali su cose che non capisco – o che non voglio capire. non sono mai stata brava a riattizzare il fuoco della passione una volta estinto, e non ricordo a quando risalga l’ultima volta che abbia letto qualcosa di filosofico che non mi abbia annoiato a morte. forse, più in generale, da qualche anno a questa parte mi annoio estremamente facilmente.

questi pensieri mi spaventano perché non ho trascorso così tanto tempo a desiderare una carriera accademica che non saprei cosa altro volere. questo ribrezzo viscerale che provo nei confronti del mio argomento e della filosofia tutta mi accompagna da mesi ormai e non ho la più pallida idea di come uscirne. è così liberatorio scriverlo, però. sono stanca di fingere che mi piaccia quello che faccio, di entrare a gamba tesa in conversazioni infinitamente noiose durante le conference dinners sulla posizione e sugli argomenti di tizio e di caio, di mostrarmi brillante e sicura di me durante un q&a, quando vorrei solo rinchiudermi nel cubicolo di un cesso e sparire. ma soprattutto sono stanca di parlare con altri ricercatori che si sorprendono quando glisso il discorso ‘phd’, come se ci fosse qualcosa di infinitamente sbagliato in me, come se avessi perso un passaggio fondamentale di questo gioco e adesso fossi da guardare tra il compassionevole e l’imbarazzato, come quel commensale che si lascia scappare una battuta di dubbio gusto durante una cena formale.

mi sono pentita di aver intrapreso un dottorato? no. sono felice di farne uno? nemmeno. avrei delle alternative? non credo. quindi taccio e stringo i denti, fino a quando non potrò cliccare su quel meraviglioso tasto ‘submit’ e dimenticarmi della mia tesi, del mio viva e della perenne sensazione di inadeguatezza che ormai mi si è cucita addosso, come una seconda pelle.