quarantine chronicles, #52

stessa quarantena, regione diversa.

sono tornata alla mia routine fatta di lavoro, cibo, lavoro, workout, cibo, netflix, sonno. rinse. repeat.

va bene così.

spesso mi sveglio triste.

ho ripreso a scrivere poesie brutte.

a volte dormo dopo pranzo, altre volte mi masturbo.

sento i miei tre o quattro volte al giorno. ieri ho visto papà dallo spioncino del portone di casa lasciarmi la spesa sul pianerottolo.

mamma mi ha comprato del gelato.

ho fatto shopping online compulsivamente.

ho smesso di fumare (di nuovo).

mangio troppo rispetto alle calorie che brucio.

sto letteralmente consumando una serie su amazon prime [little fires everywhere, nda].

l’idea di stare qui per (almeno) un altro mese e mezzo mi spaventa. vorrei potermi addormentare e risvegliarmi ad agosto.

quando smetteranno i giorni di essere tutti uguali?

quarantine chronicles, #38

ho comprato le mie prime mascherine. tre bellissime ffp2, per il modico prezzo di 10 CHF- cadauna. ho comprato anche dei guanti in lattice e trasportato la mia valigia piena degli ultimi vestiti rimasti nella mia vecchia stanza qui nell’airbnb, sotto gli occhi attoniti dei passanti – immagino che vedere una tizia trascinare un trolley gigante in piena pandemia sia diventata una scena bizzarra ai giorni nostri. ho anche comprato il mio primo spray nasale antistaminico. una mattinata piena di prime volte, insomma.

sto preparando la mia fuga da ginevra oscillando tra una miriade di stati d’animo, e ognuno di loro cambia come quando si guarda dentro un caleidoscopio; gli elementi in gioco sono sempre gli stessi, ma i cristalli si spostano ad ogni minimo sussulto – e basta cambiare un attimo la luce per modificare le figure. quindi ogni tanto sono emozionata: saltello e sorrido, contando le ore, e poi i minuti, per quando finalmente potrò lasciare questo posto, di cui purtroppo serberò solo brutti ricordi; ogni tanto sono terrorizzata: ci sono talmente tante cose che potrebbero andare storte. e se mi bloccassero all’aeroporto? e se mi annullassero un volo? e se mi perdessero la valigia? e se mi svegliassi con la febbre, proprio quella mattina? e se mi venisse la febbre tra i due aerei? e se cambiassero il decreto la sera prima?; ogni tanto sono titubante: una scelta così folle sarà la scelta giusta? avrò dei rimorsi?; infine, (raramente) mi sento pervadere da un senso di serenità quando ci penso: andrà tutto bene.

la cosa più strana di tutta questa faccenda è che mi sono sempre lamentata della scarsa spontaneità delle persone che ho frequentato, del continuo overthinking, dell’incapacità di prendere e partire – che per me si è sempre tradotta in una mancanza di interesse nei miei confronti (a torto o a ragione). di conseguenza, anche io ho imparato a ponderare bene prima di scegliere, a mettere in discussione i miei desideri due, tre, dieci, venti volte, a spingere sul freno piuttosto che sull’acceleratore. e invece adesso mi sembra di star guidando un’automobile su cui i freni non siano stati installati sin dall’inizio. è una sensazione molto liberante, nonostante le varie red flags che mi continuano a sventolare sotto al naso. però è anche una delle poche cose che mi ha mantenuto sana in queste ultime tre settimane, e quindi.

quarantine chronicles, #24

cose e abitudini che ho scoperto mancarmi durante questa quarantena:

  • svegliarmi e controllare il meteo per decidere cosa indossare;
  • incrociare lo sguardo di qualcuno per strada e leggerci qualunque altra emozione che non sia apprensione;
  • l’odore della propria pelle dopo aver speso ore al primo sole primaverile;
  • guardare gli uccellini zampettare sotto i tavoli dei bar all’aperto;
  • camminare a passo svelto perché si è in ritardo ad un appuntamento;
  • qualunque tipo di tocco da parte di qualunque essere umano;
  • urtare le gambe di qualcuno seduto accanto a sé;
  • ridere a crepapelle;
  • l’odore di altri esseri umani – sì, persino l’odore di un bus durante l’ora di punta a fine maggio;
  • controllare i voli più economici per andare da qualunque parte, letteralmente;
  • i baci, gli abbracci, i morsi, il sesso;
  • tenere la porta aperta a qualcuno che sta uscendo dal locale subito dopo di te;
  • lo small talk con altre donne/uomini in fila per il cesso;
  • il primo sorso di un gin tonic quando si è sudati in una discoteca;
  • lamentarsi di chi ai concerti ti balla sudato troppo vicino, versandoti litri di birra sulla maglietta;
  • gli abbracci morbidi di mamma, stringere la mano ruvida di papà;
  • indossare del rossetto;
  • origliare le conversazioni dei tavoli vicino al mio al ristorante.

cose e abitudini che ho scoperto farmi paura durante questa quarantena:

  • non sapere quando tutto ciò finirà;
  • non sapere come sarà quando tutto ciò finirà;
  • non sapere se finirà;
  • le persone che vivono questo periodo stando “bene”;
  • non rivedere persone che non ho visto di recente;
  • non vedere persone che non ho mai visto;
  • non poter andare in posti che non ho mai visitato;
  • non poter ascoltare gruppi/cantanti che non ho mai visto live;
  • non sapere quando potrò tornare a casa;
  • non sapere dove andare quando dovrò lasciare ginevra;
  • non sapere se, quando potrò tornare a casa, vorrò tornare a casa e potenzialmente contagiare i miei genitori;
  • essere un inconsapevole veicolo di infezione per altre persone;
  • la facilità con cui i giorni scorrono;
  • la fatica con cui affronto ogni giorno;
  • la voglia di non svegliarmi più;
  • dover continuare a convivere con la persona che sono;
  • il futuro.

cose e abitudini di/per cui sono grata durante questa quarantena:

  • che mia nonna sia morta prima che tutto questo accadesse;
  • uno stipendio mensile, nonostante tutto;
  • un tetto sopra la testa, nonostante tutto;
  • la primavera, nonostante tutto;
  • il fatto che i miei vivano in una delle province meno colpite in una delle regioni meno colpite;
  • avere abbastanza scorte di antidepressivi;
  • il mio workout pomeridiano;
  • l’alcol;
  • la musica;
  • i libri;
  • i film;
  • le persone con cui parlo;
  • internet;
  • il mio vibratore;
  • di non essere in uk?;
  • di avere meno mental breakdowns che nelle prime settimane.

quarantine chronicles, #21

mi è capitato spesso di chiedere in questi giorni “come te lo stai vivendo questo periodo di quarantena?” ed alcuni mi hanno risposto “benissimo/una favola”. chiaramente molti mi hanno anche risposto – in maniera tristemente più prevedibile – “male/è difficile”, ma questo non ha stemperato la sorpresa che provo quando qualcuno mi dice che tutto sommato va bene, o, addirittura, benissimo. mi chiedo quanto ci sia di denial e quanto ci sia di autentico, eppure non posso fare a meno di invidiare queste schiere di persone che continuano ad essere sereni ed imperturbabili durante un periodo che onestamente io fatico ad inquadrare.

non voglio suonare ingrata, so di essere privilegiata sotto moltissimi aspetti: ho un tetto sopra la testa, ho uno stipendio che continua ad arrivare ogni mese, ho a disposizione i mezzi tecnologici ed informatici per restare in contatto con le persone a cui tengo, vivo in una nazione che – sebbene in modo un po’ incosciente – sta facendo fronte all’emergenza, in un modo o nell’altro. eppure sarebbe falso dire che tutto questo non stia avendo un impatto sul mio modo di percepire gli altri e me stessa, le mie nuove e vecchie abitudini. ripenso a quando potevo uscire a bere un bicchiere di vino con degli amici e gli occhi mi si riempiono di lacrime – giuro. ripenso a quando potevo salire su un aereo e tornare a casa dai miei, a quando potevo prenotare un treno per qualunque destinazione, e mi sembrano ricordi sbiaditi e lontani.

l’isolamento ha alimentato vecchie insicurezze, ma mi ha anche regalato nuove consapevolezze. per esempio, ho capito la radice del mio essere restia nei confronti delle relazioni romantiche e soprattutto nei confronti della monogamia. ho capito perché ho paura di affezionarmi troppo. non ho ancora capito perché dia fiducia così facilmente al prossimo e non ho ancora capito perché continui a raccontare così tante cazzate a me stessa. sto imparando ad accettare che non sempre quello che sento si allinea con quello che vorrei sentire, e tutto sommato va bene così. sto imparando a riconoscere ciò di cui ho bisogno – ma soprattutto sto imparando ad esprimerlo. sto imparando a dire di sì a cose a cui non avrei mai detto di sì, e di no a cose a cui ho detto malvolentieri di sì per troppo tempo.

tutta questa introspezione, tutta questa autoanalisi, basteranno per giustificare l’incredibile crollo psicologico che vivo durante alcuni giorni? mi dimentico di pranzare, mi dimentico di prendere gli antidepressivi e, come tutti, mi dimentico che giorno della settimana sia. preferisco saltare i pasti che andare al supermercato. preferisco fare un’ora di sport in più che uscire dalla mia stanza. non piango nemmeno troppo spesso. ultimamente lascio il mio letto sempre meno. non mi interessa avere una routine, non mi interessa essere produttiva, non mi interessa se sto sprecando giorni o settimane del mio dottorato.

mi piacerebbe ibernarmi.

ma la gente che sta bene, come fa?

quarantine chronicles, #19

forse ho finalmente trovato la strategia (temporaneamente) giusta per affrontare questi giorni di quarantena: smetterla di fingere di avere una routine strutturata, smetterla di fingere di lavorare, smetterla di fingere di avere ancora una parvenza di produttività. ieri avevo una deadline che ho mancato. ho scritto una mail a uno dei miei – attualmente tre – supervisors (“scusami se non riesco a mandarti nulla di nuovo, sai com’è, c’è una pandemia”) e mi sono sentita immediatamente più leggera. don’t get me wrong, una parte di me si sente incredibilmente colpevole: questa settimana verrò pagata per stare in pigiama a guardare netflix, il mio cv non avrà nessuna nuova pubblicazione nemmeno quest’anno e la mia tesi di dottorato continuerà a fare acqua da tutte le parti con solo diciotto mesi a disposizione per consegnarla. yay, fun times ahead. però mi dico anche che a parità di condizioni, tra lo spendere tre ore a leggere un paper, non capirci un cazzo e sentirsi stupidi e inutili, e lo spendere tre ore a guardare netflix e sentirsi solo inutili, forse scelgo la seconda.

speaking of which, ho quasi finito beastars ed è stato un colpo al cuore. [semi-spoilers ahead] c’è questo personaggio, haru, che trova validazione attraverso il sesso e ho pensato quanto sia semplice immedesimarsi. nel sesso si sente riconosciuta in quanto pari – non più la fragile e piccola coniglietta da difendere e tutelare, ma un essere umano (animale, va beh) con i propri bisogni e desideri. nel sesso c’è una dimensione di autenticità e di empowerment che manca in tanti altri ambiti dell’esistenza e che sto iniziando a scoprire negli ultimi anni. ho l’impressione che fino a tempi recenti abbia scopato così come abbia vissuto: in punta di piedi e con timore. vivo avendo paura di occupare troppo spazio, di respirare troppo rumorosamente, di chiedere troppo a chicchessia. nel sesso, la mia attitudine era piuttosto simile: mostrare le mie voglie, ma con moderazione; condividere le mie fantasie, ma solo quelle più perbene; soddisfare i bisogni dell’altro, sempre, anche quando non sentivo particolare trasporto.

una volta unita questa mia attitudine generale con la tacita e segreta convinzione che i corpi umani – ma soprattutto il mio – siano disgustosi, è facile capire perché il sesso che abbia praticato negli ultimi undici anni sia stato tiepidamente appagante. non con chiunque e non ogni volta. ho imparato molto su me stessa e sugli altri, sul mio corpo e sui corpi altrui, su cosa sono disposta a contrattare e su cosa no, su quali limiti sono pronta a superare e su quali sono intransigente. tuttavia, ho l’impressione di aver vissuto con una patina di vergogna e colpa (ciao retaggio cattolico!) il fatto di possedere delle fantasie erotiche. finché si trattava di autoerotismo andava tutto bene, il problema era condividerle e dire chiaramente al proprio partner “vorrei che tu facessi x” oppure “mi eccita quando tu y”.

so di non essere l’unica donna ad aver sperimentato questo problema; parlavo con a. quando ero ancora a manchester – uno dei miei principali riferimenti quando si tratta di femminismo – che mi raccontava, mentre fumava una sigaretta, di quanto fosse stato difficile per lei dare voce ai propri desideri quando si trovava a letto con un uomo. da qualche anno aveva iniziato a pretendere parità di orgasmi tra lei ed il suo partner sessuale, in barba a chi dice che una volta venuto l’uomo l’atto sessuale deve finire.

io non sono ancora a quel livello di autodeterminazione, ma continuerò a lavorare per arrivarci. da donna – e da persona a cui in generale piace prendersi cura dell’altro – ho sempre pensato il sesso come un momento di cura reciproca – dando sempre priorità, però, all’altro e dimenticandomi troppo spesso di chiedere lo stesso livello di attenzione. se c’è qualcosa che questa pandemia potrebbe aiutarmi a migliorare, a parte la qualità delle foto senza veli che mi scatto, è l’essere più assertiva, più libera e più rumorosa.

quarantine chronicles, #18

mi sono svegliata alle cinque e otto minuti. ho aperto gli occhi e mi sono ritrovata perfettamente sveglia e all’erta, come se non stessi dormendo fino a qualche secondo prima. ho ascoltato il vento sibilare fuori dalla finestra, i rintocchi della campana della chiesa più vicina – di cui non conosco il nome – scandire prima le sei, poi le sette, ho visto una luce flebile filtrare dallo spiraglio della tenda. ho sempre odiato questi risvegli spontanei e irrevocabili; quando ogni singola parte del tuo corpo è troppo irrequieta e tesa per riprendere sonno, ma la tua mente è così esausta da fallire ogni singola attività che non consista nell’osservare gli oggetti intorno a te assumere forme e colori.

ho la netta sensazione che il mio cervello sia in uno status di torpore perenne. quando provo a lavorare, le parole che leggo e i concetti che penso scivolano via come se la mia mente fosse un pannello cosparso di olio; nulla permane, e mi ritrovo a rileggere la stessa frase cinque, dieci, quindici volte. faccio fatica a ricordare cosa trovassi di bello nella filosofia: all’improvviso tutto mi suona pretenzioso, arzigogolato, inutilmente complicato. no, non voglio giocare a chi piscia più lontano e non mi interessa avere ragione così come non mi interessa dimostrare a chicchessia che ha torto. non è tolleranza, è menefreghismo – e non sono sicura che da questa sensazione si possa tornare indietro.

eppure ho una tesi da scrivere, un dottorato da completare ed ogni idea è blanda, debole, stupida, triviale.

avevo grandi aspettative per questo periodo a ginevra. andare tra persone che si occupano delle mie robe, mi ero detta, mi darà lo slancio che mi serve, mi aiuterà a ritrovare la passione perduta, mi ricorderà il fascino infantile che provavo quando un argomento mi svelava profonde verità metafisiche riguardo al mondo e alla coscienza. invece sono chiusa tra queste quattro mura, a leggere parole su fogli virtuali su cose che non capisco – o che non voglio capire. non sono mai stata brava a riattizzare il fuoco della passione una volta estinto, e non ricordo a quando risalga l’ultima volta che abbia letto qualcosa di filosofico che non mi abbia annoiato a morte. forse, più in generale, da qualche anno a questa parte mi annoio estremamente facilmente.

questi pensieri mi spaventano perché non ho trascorso così tanto tempo a desiderare una carriera accademica che non saprei cosa altro volere. questo ribrezzo viscerale che provo nei confronti del mio argomento e della filosofia tutta mi accompagna da mesi ormai e non ho la più pallida idea di come uscirne. è così liberatorio scriverlo, però. sono stanca di fingere che mi piaccia quello che faccio, di entrare a gamba tesa in conversazioni infinitamente noiose durante le conference dinners sulla posizione e sugli argomenti di tizio e di caio, di mostrarmi brillante e sicura di me durante un q&a, quando vorrei solo rinchiudermi nel cubicolo di un cesso e sparire. ma soprattutto sono stanca di parlare con altri ricercatori che si sorprendono quando glisso il discorso ‘phd’, come se ci fosse qualcosa di infinitamente sbagliato in me, come se avessi perso un passaggio fondamentale di questo gioco e adesso fossi da guardare tra il compassionevole e l’imbarazzato, come quel commensale che si lascia scappare una battuta di dubbio gusto durante una cena formale.

mi sono pentita di aver intrapreso un dottorato? no. sono felice di farne uno? nemmeno. avrei delle alternative? non credo. quindi taccio e stringo i denti, fino a quando non potrò cliccare su quel meraviglioso tasto ‘submit’ e dimenticarmi della mia tesi, del mio viva e della perenne sensazione di inadeguatezza che ormai mi si è cucita addosso, come una seconda pelle.

quarantine chronicles, #16

il fatto che il numero accanto al cancelletto aumenti è una magra consolazione. i sogni che faccio diventano sempre più vividi, la mia ossessione nei confronti della mia salute, della situazione intorno a me, dei grafici e delle cifre sempre più intensa. mi sveglio con un dolore al ginocchio e penso sia un menisco lesionato; un’afta sulla gengiva diventa il principio di un ascesso; uno starnuto, ovviamente, covid19. queste piccole ossessioni diventano enormi con il passare dei secondi, dei minuti e delle ore e il fatto di non avere distrazioni “tangibili” rende fin troppo facile ricascarci.

ieri parlavo al telefono con a. che mi diceva che vuole vedere questo lockdown come un’occasione di self-growth: imparare a distanziarsi dalle persone tossiche senza ricorrere all’infinità di attività a cui in tempi non sospetti possiamo ricorrere, come uscire, vedere gente, andare in ufficio, andare in palestra e così via. mi ha detto che è un’occasione più unica che rara per entrare in contatto con se stessi, i propri bisogni e con le proprie necessità. imparare non solo a riconoscerli, ma anche a dar loro voce. ammiro molto a. e la sua risoluzione, la sua capacità di introspezione e il suo essere propositiva. le ho risposto che è già tanto se io alla fine di questa quarantena ci arrivo viva.

perché sì, il tempo scorre, ma a che costo? mi sento intrappolata nella mia testa con dei mostri che non so sconfiggere, ma con cui non so convivere. c’è stato questo momento stamattina, un brevissimo momento di pura serenità. saranno stati una manciata di secondi: mi stavo svegliando ed ero lì, sospesa tra l’incoscienza del sonno e la lenta presa di consapevolezza del mio corpo e mi sono sentita bene. ho proprio pensato: sto così bene. ovviamente poi ho cambiato posizione e ho preso coscienza del nuovo dolore al mio ginocchio sinistro e l’irrevocabile certezza che dovessi rinunciare all’unica cosa che mi sta mantenendo limitatamente sana, leggi workout ogni giorno, mi ha colpito come un pugno nello stomaco.

perché il problema alla fine sta qui: nello scorrere del tempo. io ho sempre odiato aspettare. non ho mai imparato ad essere paziente. perché restare seduti, con le mani in mano, quando esistono infinite possibilità pronte per essere raccolte?

non riesco a lavorare, non riesco a pensare lucidamente e non riesco a gestire la mia ansia. anche oggi è un giorno no.

quarantine chronicles, #12

voglio credere che più tempo passa, più semplice diventa. ed in effetti, fino ad un certo punto, è esattamente così. stamattina sono riuscita a lavorare (cioè, leggere, di scrivere qui non se ne parla ancora) per qualche ora, sforzandomi di non aggiornare compulsivamente le statistiche dei morti/infetti da covid-19 nel mondo e in svizzera. inoltre, sono molto felice perché la mia istruttrice preferita terrà il corso di core stability su zoom, stasera, e finalmente posso variare un po’ la mia workout routine.

suona tutto estremamente insignificante quando lo scrivo su questo virtuale foglio bianco, ma questi due piccoli avvenimenti mi fanno sorridere, oggi. forse questo è un piccolo insegnamento che sto traendo da questa quarantena – e che ho ignorato durante gli anni di terapia: gioire dei piccoli traguardi. ok, non sono ancora riuscita a scrivere una frase che sia una, ma sono riuscita a leggere un intero capitolo di un saggio, prendendo appunti e riflettendoci su.

una cosa che sto (re-)imparando a fare è quella di prendere distanza dai miei pensieri. quando ero giovane (leggi: sette anni fa) mi ero messa in testa di voler imparare a gestire la quantità di affetto che avrei devoluto a determinate persone, la quantità di tristezza o rabbia che avrei provato in risposta a determinati atteggiamenti, la quantità di ansia che avrei provato in risposta a determinati avvenimenti. avevo disegnato uno schemino molto carino, annotando le diverse aree cerebrali e relative sostanze biochimiche responsabili delle nostre emozioni – sì, all’epoca ero una hard-core physicalist, ad oggi sospendo il giudizio. e per un periodo aveva funzionato. ogni qualvolta mi ritrovavo ad avvertire le lacrime pizzicarmi gli occhi o lo stomaco in subbuglio, mi ricordavo che era solo un rush ormonale e niente di più, un ammasso di amminoacidi e di organi un po’ birichini, e che nulla di quello che mi stava capitando o che stavo pensando avesse più importanza di così.
(poi dopo due anni ho iniziato a soffrire di attacchi di panico e depressione, so much for my brain).

adesso, senza arrivare a queste estreme velleità giovanili, sto lentamente imparando ad osservare i miei pensieri, le mie emozioni e le mie reazioni: come se fossi una scienziata che ha intrapreso il (noiosissimo et inutilissimo) compito di studiare l’universo benni, disseziono ogni sensazione e pensiero, chiedendomi un po’ il perché e il per come, ma soprattutto quanto ci sia di vero. ci sono pensieri da cui faccio molta fatica a distaccarmi (vedi: pensieri ipocondriaci) e pensieri da cui faccio meno fatica; ci sono emozioni da cui faccio molta fatica a prendere le distanze (vedi: ansia) ed emozioni da cui faccio meno fatica.

ci sono momenti in cui finisco in vecchie spirali ed insicurezze. momenti in cui ho ancora bisogno di trovare validazione in terze parti, in cui faccio fatica a percepire il mio valore quando nessuno ha pronto un cartellino del prezzo da attaccarmi in fronte, in cui mi chiedo se dai miei errori troverò mai redenzione, se smetterò mai di provare questo astio silenzioso nei confronti di tutto ciò che faccio, dico e penso.

non ci sono altrettanti momenti in cui sto bene, ma ci sono momenti di silenzio. momenti in cui il mio cervello mi concede una tregua e mi lascia dimenticare per un po’ chi sono e perché mi detesto. nella speranza di più tregue e meno conflitti a mano armata.

quarantine chronicles, #9

non so se non ci avessi mai fatto caso o se in effetti è aumentata, ma la quantità di ambulanze che passano a sirene spiegate qui a ginevra in questi ultimi due giorni mi sembra insostenibile. mi dico, potrebbe essere qualunque cosa: qualcuno con un infarto, qualcuno che si è buttato addosso una pentola di acqua bollente. potrebbe addirittura essere una camionetta della polizia o dei vigili del fuoco – non saprei riconoscere le differenti sirene, dopotutto. eppure, una voce dentro di me, continua a sussurrare: “è coronavirus, e la gente intorno a te sta morendo”. sì, ok, un po’ melodrammatica – ma che senso avrebbe fingere che non sia così.

i miei genitori, da questo punto di vista, non aiutano. sebbene di norma siano meno patofobici ed ipocondriaci di me (ricordo distintamente telefonate in cui chiedevo a mia madre se fosse possibile morire avendo per sbaglio ingerito un po’ di sapone per i piatti, non avendo sciacquato bene la tazza di tè, e ricordo la sua reazione, aka risate sguaiate per i successivi quattro minuti), da quando l’emergenza covid-19 è scoppiata mi danno consigli allarmati – ed allarmisti – non sempre collimanti con la realtà dei fatti.
dunque, secondo i miei genitori, dovrei chiedere alle mie coinquiline di fare dei turni per andare in cucina, dovrei chiedere loro di usare solo uno dei due bagni e lasciarne uno esclusivamente per me (!!), dovrei evitare di pranzare o cenare seduta al loro stesso tavolo, e così via. ogni tanto, su skype, esclamano: “è nell’aria!! si muove nell’aria!!”.
e sebbene, da brava ipocondriaca, io tenda comunque a rimanere tumulata in camera – letteralmente – 23 ore su 24*, quelle rare volte che intrattengo una conversazione con una delle mie coinquiline – mentre aspetto che l’acqua del tè bolla, ad esempio – e la persona in questione mi si avvicina ignorando le norme di social distancing, allora mi sento sporca e infetta, e devo correre a lavarmi le mani appena ne ho la possibilità, nutrendo la certezza di aver contratto il temutissimo coronavirus – sebbene nessuna di loro abbia mostrato cenni di infezione (almeno per ora). e nella mia mente immagino telefonate skype con i miei, in cui devo confessare loro di essermi ammalata e ovviamente che sto per essere ricoverata in ospedale, etc. etc. con loro che piangono all’altro capo del monitor e che mormorano “te l’avevamo detto!”. ecco, scenari così, che mi danno talmente tanta ansia da far fatica a respirare – e penso sia coronavirus, e via daccapo.

oggi è una giornata faticosa e non so bene per quale ragione. sto iniziando ad abituarmi all’idea della quarantena, anche se trovare dei ritmi è molto difficile; non riesco a lavorare, perché ogni secondo che trascorro non leggendo o ascoltando le news ho l’impressione che sia un secondo perso. non riesco a guardare un film o leggere un libro per lo stesso motivo. anche quando videochiamo degli amici mi ritrovo ad aggiornare compulsivamente le pagine che forniscono dati, notizie e informazioni in tempo reale, mentre fingo di intrattenere conversazioni spensierate.

sto cercando di darmi un’orizzonte temporale. mi dico: vedrai che a fine marzo i numeri inizieranno a rientrare. vedrai che ad inizio aprile si potrà parlare anche di altro. stringi i denti per ancora due settimane e vedrai che andrà meglio. quanto poi io effettivamente creda a questi orizzonti temporali, decisi in modo totalmente arbitrario, è un altro paio di maniche. ho solo bisogno di credere che presto potremo lasciarci tutto alle spalle, come un brutto sogno.

nel frattempo, anche oggi non vedo l’ora di fare la mia ora di esercizi, nonostante il ciclo, per sudare via le tossine e i brutti pensieri. e non vedo l’ora che sia domani, per riprendere a giocare a d&d e per dimenticarmi, almeno per qualche ora, le terribili vicissitudini del mondo reale.

*l’ora mancante è data dalla somma dei minuti necessari al tragitto camera da letto-bagno/camera da letto-cucina che sono costretta a fare tra le sette e le dodici volte al giorno.

quarantine chronicles, #7

se desperate times call for desperate measures, questa è la volta buona in cui invece di imbottigliare il mio disagio, scuotere la testa, sorridere e dire ‘no, ma sto bene‘ – come ho fatto da circa cinque anni a questa parte -, inizio a condividerlo in modo compulsivo e senza filtri. quale migliore occasione se non una pandemia per riprendere a scrivere un blog – dato che tanto qui non se ne parla di scrivere papers.

la quarantena è strana. molti amici che frequentavo a torino tre anni fa hanno sottolineato – un po’ scherzando e un po’ no – quanto non sia così diversa dal tipo di vita che conducevo ai tempi. quello che non sanno è che questa pandemia è arrivata in un momento in cui avevo finalmente accettato la mia (nuova) incapacità di stare per troppo tempo da sola in compagnia di me stessa.

tra gennaio e febbraio ho (quasi, perché il 2015 è ancora alive and kicking) toccato il fondo della mia ansia: stare in una stanza da sola per più di tre ore era diventato il mio personalissimo inferno. quando scoccavano le undici di sera, arrivava la tachicardia e arrivava la nausea. scenari assolutamente implausibili ma dolorosamente reali affollavano la mia mente. e allora dovevo prendere il cellulare e scrivere a vari amici e amiche se potevo andare a dormire a casa loro, perché restare da sola mi era assolutamente impossibile. l’idea di traslocare in una città sconosciuta, tra persone sconosciute, mi terrorizzava.

ed ora eccomi qui, a ginevra, città ancora sconosciuta – e che probabilmente resterà tale, grazie covid19 – tra persone ancora sconosciute. in nessuno dei miei sogni, nemmeno quelli più reconditi, figurava una pandemia. ed eppure sopravvivo. non sto bene – ma d’altronde chi sta bene – ma non sto così male. ovviamente ho dei giorni no: giorni in cui non faccio altro che piangere, in cui controllo i modi più disparati per tornare in sicilia dai miei – per poi ricordarmi che ho un padre diabetico e una madre immunodepressa e che il mio egoismo potrebbe essere la causa della loro prematura dipartita. giorni in cui faccio sport dentro la mia cameretta (novemetriquadri) per ore perché è l’unico modo che conosco per distrarmi, in cui lo xanax diventa il possedimento più prezioso che ho (no, non è vero. laptop, cellulare e poi lo xanax). e sono trascorsi solo sette giorni.

però, ad intervallare questi giorni no, ci sono brevi sprazzi di lucidità. giorni in cui riesco a leggere un paper e a scrivere giù qualche riflessione, in cui guardo un bel film e dimentico per qualche ora la completa follia che si sta consumando intorno a me, in cui mi masturbo e faccio sexting, in cui esco a passeggiare o a correre e mi sorprendo del fatto che la primavera stia arrivando, noncurante dei drammi umani. giorni in cui parlo con persone che non sentivo da settimane, mesi, o addirittura anni, in cui faccio skype con i miei mentre i nostri gatti grassi passeggiano goffi di fronte alla webcam, in cui riesco ad immergermi così tanto nella lettura di un romanzo da dimenticarmi della tisana sul comodino.

e quindi mi dico. non ho mai creduto tanto a quelle cazzate – tra il new-age e le più sfrenate manie di grandezza – che sostengono che l’universo ti dia quello di cui hai bisogno, quando ne hai più bisogno. il mio pensiero, in circostanze normali, è che l’universo se ne sbatta un gran paio di palle di te – figuriamoci se non lo penso in circostanze eccezionali. e tuttavia, una piccola [piccola, piccola, piccola] parte di me cerca di vedere il positivo in questo isolamento forzato.
era (e per certi versi ancora è) un periodo in cui la più grande fonte di sofferenza, per me, era l’incapacità di essere all’altezza delle mie aspettative: mi sono sempre immaginata come una donna indipendente e forte – eppure non ero più capace di dormire da sola. volevo contravvenire a tutte le obbligazioni e aspettative sociali (devi sposarti, far figli, devi avere una famiglia o un partner per essere felice) e diventare una donna autosufficiente dedita alla carriera accademica, eppure ultimamente avevo iniziato a sentire la pressione e a domandarmi se forse, la mia, non fosse una presa di posizione adolescenziale più che un reale desiderio. se in fondo, non avrei fatto meglio a scendere a compromessi e trovare al più presto qualcuno con cui costruire un ideale di futuro piccolo-borghese: casa, figli e cane (ad oggi, odio i bambini e odio i cani). in un periodo in cui potevo ancora mettere in dubbio la mia scelta di voler diventare ‘adulta’ da sola, in cui forse l’idea di ‘accontentarsi’ non sarebbe più suonata come una blasfemia, è arrivata la pandemia e l’isolamento forzato.

non so che tipo di persona sarò quando si ritornerà ad una low-key forma di normalità e se avrò risolto questa annosa discrepanza tra la donna che vorrei essere e la donna con mental health issues che sono; so che però, in un momento in cui avevo il lusso di poter cedere alle mie debolezze, adesso questo lusso non ce l’ho più e la vita tutto sommato va avanti. certo, avrei preferito scoprirlo senza vedere collassare interi sistemi sanitari nazionali, ma tant’è.