quarantine chronicles, #19

forse ho finalmente trovato la strategia (temporaneamente) giusta per affrontare questi giorni di quarantena: smetterla di fingere di avere una routine strutturata, smetterla di fingere di lavorare, smetterla di fingere di avere ancora una parvenza di produttività. ieri avevo una deadline che ho mancato. ho scritto una mail a uno dei miei – attualmente tre – supervisors (“scusami se non riesco a mandarti nulla di nuovo, sai com’è, c’è una pandemia”) e mi sono sentita immediatamente più leggera. don’t get me wrong, una parte di me si sente incredibilmente colpevole: questa settimana verrò pagata per stare in pigiama a guardare netflix, il mio cv non avrà nessuna nuova pubblicazione nemmeno quest’anno e la mia tesi di dottorato continuerà a fare acqua da tutte le parti con solo diciotto mesi a disposizione per consegnarla. yay, fun times ahead. però mi dico anche che a parità di condizioni, tra lo spendere tre ore a leggere un paper, non capirci un cazzo e sentirsi stupidi e inutili, e lo spendere tre ore a guardare netflix e sentirsi solo inutili, forse scelgo la seconda.

speaking of which, ho quasi finito beastars ed è stato un colpo al cuore. [semi-spoilers ahead] c’è questo personaggio, haru, che trova validazione attraverso il sesso e ho pensato quanto sia semplice immedesimarsi. nel sesso si sente riconosciuta in quanto pari – non più la fragile e piccola coniglietta da difendere e tutelare, ma un essere umano (animale, va beh) con i propri bisogni e desideri. nel sesso c’è una dimensione di autenticità e di empowerment che manca in tanti altri ambiti dell’esistenza e che sto iniziando a scoprire negli ultimi anni. ho l’impressione che fino a tempi recenti abbia scopato così come abbia vissuto: in punta di piedi e con timore. vivo avendo paura di occupare troppo spazio, di respirare troppo rumorosamente, di chiedere troppo a chicchessia. nel sesso, la mia attitudine era piuttosto simile: mostrare le mie voglie, ma con moderazione; condividere le mie fantasie, ma solo quelle più perbene; soddisfare i bisogni dell’altro, sempre, anche quando non sentivo particolare trasporto.

una volta unita questa mia attitudine generale con la tacita e segreta convinzione che i corpi umani – ma soprattutto il mio – siano disgustosi, è facile capire perché il sesso che abbia praticato negli ultimi undici anni sia stato tiepidamente appagante. non con chiunque e non ogni volta. ho imparato molto su me stessa e sugli altri, sul mio corpo e sui corpi altrui, su cosa sono disposta a contrattare e su cosa no, su quali limiti sono pronta a superare e su quali sono intransigente. tuttavia, ho l’impressione di aver vissuto con una patina di vergogna e colpa (ciao retaggio cattolico!) il fatto di possedere delle fantasie erotiche. finché si trattava di autoerotismo andava tutto bene, il problema era condividerle e dire chiaramente al proprio partner “vorrei che tu facessi x” oppure “mi eccita quando tu y”.

so di non essere l’unica donna ad aver sperimentato questo problema; parlavo con a. quando ero ancora a manchester – uno dei miei principali riferimenti quando si tratta di femminismo – che mi raccontava, mentre fumava una sigaretta, di quanto fosse stato difficile per lei dare voce ai propri desideri quando si trovava a letto con un uomo. da qualche anno aveva iniziato a pretendere parità di orgasmi tra lei ed il suo partner sessuale, in barba a chi dice che una volta venuto l’uomo l’atto sessuale deve finire.

io non sono ancora a quel livello di autodeterminazione, ma continuerò a lavorare per arrivarci. da donna – e da persona a cui in generale piace prendersi cura dell’altro – ho sempre pensato il sesso come un momento di cura reciproca – dando sempre priorità, però, all’altro e dimenticandomi troppo spesso di chiedere lo stesso livello di attenzione. se c’è qualcosa che questa pandemia potrebbe aiutarmi a migliorare, a parte la qualità delle foto senza veli che mi scatto, è l’essere più assertiva, più libera e più rumorosa.