quarantine chronicles, #?

ho un po’ perso il conto dei giorni e non ho voglia di fingere che non sia così.

all’improvviso è di nuovo marzo, eppure non è di nuovo marzo. vivo in una casa in cui sto bene, in una città che conosco. non è ginevra, non è l’incertezza, non è la solitudine, non è la paura. ci sono dei ruoli vacanti e dei ruoli che sono stati assegnati. ci sono delle mancanze che non so bene se sono riuscita a colmare e delle mancanze che non voglio colmare.

ci sono un sacco di cose che non sono mai stata capace di fare bene. i lavori manuali, ad esempio. non ho senso estetico. non ho mai saputo fare la spaccata. non ho mai saputo ballare. non ho mai imparato a suonare la chitarra. non ho mai capito la matematica. non sono capace di perdonare o di perdonarmi.

ci sono delle scatole che io terrei ben chiuse ermeticamente, doppio strato di nastro marrone da pacchi, nascoste sotto al letto. me ne dimenticherei pure se potessi. e per la maggior parte del tempo in effetti posso e lo faccio, anche bene. il problema è che il venerdì, quando vado dal terapeuta, mi tocca chinarmi, tirarle fuori e pazientemente liberarle del solido sigillo che ho impiegato due anni e mezzo a fabbricare.

odio ogni momento di quel processo perché mi sembra di non trovarne il senso. c’è una grossissima parte di me che vorrebbe fare spallucce e tornare a dimenticarsene, tornare ad ignorarle, rintanarsi nel proprio oblio così faticosamente costruito. mi sembra che però nonostante i miei tentativi di farle affondare giù, giù, giù, ritornano a galla, come un cadavere.

e quindi, alla fine della fiera, che posso fare se non spacchettarle e cominciare a tirarne fuori il contenuto, ricordo dopo ricordo, vicissitudine dopo vicissitudine?

che fatica.

semi-lockdown chronicles, #3

non voglio dirlo forte, ché poi a parlar forte va tutto a rotoli, ma questo semi-lockdown (sic!) è appena iniziato e non ne sono spaventata. sarà che sono a torino, sarà che l’abbiamo già fatto una volta, sarà che non mi sento in equilibrio precario — esistenzialmente, psicologicamente, geograficamente. mi faccio scorrere addosso i dpcm e le nuove norme, le tabelle del ministero della salute su telegram e i dati della regione piemonte e tutto mi sembra scivolare via, senza lasciare traccia alcuna.

pensavo ne avrei sentito di più la mancanza. nei periodi storici simili, le assenze sono più assordanti. e invece mi scopro ancora una volta brava a tagliare fuori le persone dalla mia vita e a fingere che non ne abbiano mai fatto parte, a dimenticare giorni, settimane e mesi trascorsi insieme, a cancellare ogni traccia della loro presenza. non so quanto sia sano, non so quanto sia autentico e non so cosa questa riscoperta abilità dica di me.

ho paura che a furia di cancellare furiosamente periodi della mia vita, di me non resterà più niente.

non ricordo quando è stata l’ultima volta che ho dormito bene.

ho spesso fame e ho spesso freddo, anche quando fa caldo.

torino chronicles #9

sono tornata a casa (in senso lato) e a casa ho trovato casa (in senso concreto). tutto fila per il verso giusto. non ho motivi per cui lamentarmi.

camminare per strade che conosco, ascoltare suoni e accenti familiari, riempirmi gli occhi della bellezza di torino — tutto contribuisce alla mia pace. una pace statica, senza picchi di euforia o di angoscia, senza grandi scosse o turbamenti. è tutto molto bello, ma paradossalmente non ci vivrei. mi sento un po’ come un lago immobile, appena increspato solo da agenti esterni, ma altrimenti statico e imperturbabile.

ho anche zero fucks to give, ultimamente. se qualcosa non mi sta bene, semplicemente lo dico. non sono abituata a questa versione di me stessa, quindi quando capita mi sorprendo sempre un po’. credo sia merito di tutte le letture femministe in cui mi sono immersa di recente. iniziare a reclamare il mio spazio nel mondo, invece di trovare legittimo l’assottigliarmi sempre di più per far posto a chicchessia.

appena qualcunx pretende di spiegarmi qualcosa che, beh, ho studiato (“sai, c’è tanta logica in filosofia”), rimarco il fatto di saperlo perché ho solamente (sic!) sette anni di esperienza nel settore; se emeritx sconosciutx pretendono di darmi consigli (non richiesti) su come dovrei condurre la mia esistenza (di cui non sanno un fico secco), rispondo con dell’acido sarcasmo — anche a costo di suonare terribilmente maleducata.

i had enough, fuck off everyone.