quarantine chronicles, #?

ho un po’ perso il conto dei giorni e non ho voglia di fingere che non sia così.

all’improvviso è di nuovo marzo, eppure non è di nuovo marzo. vivo in una casa in cui sto bene, in una città che conosco. non è ginevra, non è l’incertezza, non è la solitudine, non è la paura. ci sono dei ruoli vacanti e dei ruoli che sono stati assegnati. ci sono delle mancanze che non so bene se sono riuscita a colmare e delle mancanze che non voglio colmare.

ci sono un sacco di cose che non sono mai stata capace di fare bene. i lavori manuali, ad esempio. non ho senso estetico. non ho mai saputo fare la spaccata. non ho mai saputo ballare. non ho mai imparato a suonare la chitarra. non ho mai capito la matematica. non sono capace di perdonare o di perdonarmi.

ci sono delle scatole che io terrei ben chiuse ermeticamente, doppio strato di nastro marrone da pacchi, nascoste sotto al letto. me ne dimenticherei pure se potessi. e per la maggior parte del tempo in effetti posso e lo faccio, anche bene. il problema è che il venerdì, quando vado dal terapeuta, mi tocca chinarmi, tirarle fuori e pazientemente liberarle del solido sigillo che ho impiegato due anni e mezzo a fabbricare.

odio ogni momento di quel processo perché mi sembra di non trovarne il senso. c’è una grossissima parte di me che vorrebbe fare spallucce e tornare a dimenticarsene, tornare ad ignorarle, rintanarsi nel proprio oblio così faticosamente costruito. mi sembra che però nonostante i miei tentativi di farle affondare giù, giù, giù, ritornano a galla, come un cadavere.

e quindi, alla fine della fiera, che posso fare se non spacchettarle e cominciare a tirarne fuori il contenuto, ricordo dopo ricordo, vicissitudine dopo vicissitudine?

che fatica.